Giorgio Bernardelli, Avvenire 11/12/2011, 11 dicembre 2011
CON I PALESTINESI È SCONTRO APERTO SULLE SORGENTI
Che Israele sia un Paese all’avanguardia nello sviluppo dei sistemi e delle tecnologie per la valorizzazione dell’acqua in un ambiente arido è un fatto fuori discussione. E non si può non rimanere ammirati di fronte all’operosità di chi è letteralmente riuscito a far fiorire il deserto. Come ogni cosa in Medio Oriente, però, anche questo prodigio va osservato tenendo presente tutto ciò che sta intorno. E allora non si può non ricordare che il controllo delle preziosissime risorse idriche è uno dei volti più duri del conflitto israelo-palestinese.
Oltre che uno degli elementi cruciali di quella che i palestinesi senza troppi giri di parole chiamano l’«occupazione israeliana». Va ricordato, infatti, che dal 1967 Israele controlla totalmente la gestione delle risorse idriche in Cisgiordania, che è poi la zona più ricca di sorgenti d’acqua di tutta l’area compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. E come suddivide questo bene prezioso? Lo spiega un altro rapporto stilato sempre dalla Banca Mondiale nel 2009: ai palestinesi va il 20 per cento di quest’acqua, agli israeliani il restante 80 per cento. Tradotto in termini di disponibilità pro capite: i palestinesi hanno a disposizione circa 123 litri al giorno, gli israeliani 544. Va aggiunto poi che l’Organizzazione mondiale della sanità stima in 100 litri pro capite al giorno la soglia sotto la quale iniziano a esserci problemi seri. E nei territori dell’Autorità nazionale palestinese ci sono villaggi in cui si scende addirittura a quota 20. Che il problema della mancanza di equità nella spartizione dell’acqua sia uno dei nodi chiave del conflitto tra israeliani e palestinesi lo sanno bene tutti quelli che hanno familiarità con quel processo di pace che oggi è del tutto fermo. Non a caso nel 1995 negli Accordi di Oslo II (la seconda fase del negoziato avviato due anni prima da Arafat e Rabin) all’articolo 40 si prevedeva esplicitamente un incremento della quantità d’acqua messa a disposizione dei palestinesi e si prospettava la cessione all’Anp del controllo totale sulle proprie infrastrutture idriche alla fine delle trattative. Al di là dei principi, già per il periodo transitorio si stabilivano delle quantità precise: 141,6 milioni di metri cubi d’acqua ai palestinesi e 483 agli israeliani. Impegno clamorosamente disatteso da Israele: nel 1999 (prima ancora che scoppiasse l’intifada) i metri cubi estratti per Israele erano diventati 871,6 (cioè l’80 per cento in più del previsto) mentre ai palestinesi ne erano andati 138,2, poco meno di quelli effettivamente previsti dagli accordi. Si potrebbero citare alcuni altri fatti: le disparità nella stessa Cisgiordania tra le quantità d’acqua messe a disposizione degli insediamenti israeliani e quella per i villaggi palestinesi. Oppure i nuovi pozzi al servizio di Israele scavati più in profondità che hanno tolto acqua a quelli vecchi, utilizzati dagli arabi. O anche il percorso della «barriera di separazione» (il famoso «muro») che nella zona di Qalqilya ha (non certo per ragioni legate agli attentati suicidi) tenuto dalla parte israeliana la maggior parte delle sorgenti.
Certo, oggi lo Stato ebraico sta facendo di tutto per razionalizzare l’uso dell’acqua e riuscire a produrne di nuova con gli impianti di desalinizzazione. Del resto con il fiume Giordano ridotto ormai a un rigagnolo e il livello del lago di Tiberiade sempre più basso non è che abbia molte altre possibilità. Fin quando, però, non sarà inserito nel contesto di un negoziato di pace vero, anche questo sforzo alla fine rischia di assomigliare molto al perfezionamento di un’arma strategica nel Medio Oriente di domani.