Varie, 13 dicembre 2011
KARINA
(Elda Neyis Mosquera García) (Colombia) 15 agosto 1963. Ex guerrigliera. Delle Farc. Nota anche come Nelly Ávila Moreno, Janet Mosquera Rentería, Rocio Arías. Un occhio e un seno persi in battaglia, nel maggio 2008 si consegnò all’esercito • «[...] sanguinaria [...] unica donna al vertice delle Farc [...] trent’anni di clandestinità e battaglie, nelle quali ha perso un occhio e un seno, devastati da pallottole, e guadagnato un numero imprecisato di cicatrici. [...] Era la figura più forte della guerriglia nella regione di Antioquia [...] Il fronte che comandava, il numero 47, si è squagliato a poco a poco dopo essere arrivato a contare, anni fa, 400 combattenti. “Si sono arresi per fame”, dicono i militari [...]» (“Corriere della Sera” 20/5/2008) • «[...] Famosissima in Colombia, sulla sua cattura c’era una taglia da un milione di dollari, Karina si era unita giovanissima alla guerriglia e, a partire dalla metà degli anni Novanta, aveva fatto una carriera rapidissima all’interno delle Farc diventando una delle rarissime donne leader. Per l’esercito, che la cercava da anni, Karina [...] avrebbe preso parte a numerosi massacri e attacchi a guarnigioni delle Forze armate ed avrebbe gestito personalmente decine di sequestri. Ad Antioquia [...] era conosciuta anche come “el azote”, il flagello. Lo stesso Uribe, il presidente colombiano, aveva un conto personale aperto con lei. Preparava la sua cattura dagli anni Novanta quando era governatore. E, secondo altre fonti, anche per un motivo familiare. Ha scritto “el Tiempo” di Bogotà che una giovanissima Karina avrebbe potuto far parte del gruppo di guerriglieri delle Farc che nel 1983 uccisero Alberto Uribe, il padre del presidente, nel corso di un tentativo di sequestro. La ragione che avrebbe spinto la guerrigliera ad arrendersi sarebbe stata una sua recente maternità e il desiderio di proteggere il piccolo figlio dalla durissima vita sulle selve andine. Secondo Santos, il ministro della Difesa, Karina ha deciso di consegnarsi perché “in pratica stavano morendo di fame” in seguito all’accerchiamento dell’esercito. [...]» (Omero Ciai, “la Repubblica” 20/5/2008) • «[...] non mi sono arresa per passeggiare in una gabbia, per raggiungere la pace in Colombia c’è bisogno anche di me: voglio collaborare con il governo e aiutarlo a convincere i miei compagni ad abbandonare le armi [...] Per quanto mi riguarda Karina è svanita nella giungla, io mi chiamo Elda Nellys Mosquera [...] Mio padre era un bracciante con nove figli e quando ho finito le elementari ad 11 anni sono andata anch’io a lavorare la terra. Ho imparato a leggere e a scrivere grazie a mia nonna che mi ha tenuto con lei quand’ero bambina. Volevo studiare e diventare una dottoressa, un medico, ma la mia famiglia era molto povera e fui costretta a lasciare la scuola. A 14 anni mi sono sposata. Ha sedici ho lasciato mio marito perché mi maltrattava e sono entrata nelle Farc. Nella guerriglia, le donne, o sono le amanti dei capi oppure puliscono gli stivali, lavano i panni e cucinano. Io non volevo vivere sottomessa così ho imparato ad uccidere e a fare la guerra [...] avevo l’ambizione di cambiare le cose. Le Farc reclutavano combattenti tra i giovani contadini e promettevano che attraverso la lotta armata si sarebbero potute migliorare le condizioni di vita. Che nel giro di pochi anni avremmo comandato anche noi nel paese. Pensavo alla mia famiglia, al futuro. Ad uscire dalla povertà [...] Mi sono consegnata perché ero stanca, ero stanchissima di fare la guerra. Ho combattuto per 23 anni, i migliori della mia vita, e alla fine tutta la logica della guerra per me non aveva più senso. Ho cominciato ad allontanarmi dopo il fallimento delle trattative di pace nel 2002. Erano tante le cose che non condividevo con il Segretariato (il massimo organo delle Farc). A cominciare dalla deriva terrorista: i sequestri di persona e l’uso delle mine antiuomo. Quando il nuovo governo, Uribe, ha messo una taglia su di me, gli altri comandanti della guerriglia hanno iniziato ad isolarmi. Le comunicazioni erano sempre più complicate e quando chiedevo altri soldati per il mio battaglione non me li davano. Negli ultimi anni ho pensato tante volte di abbandonare tutto e consegnarmi ai militari ma avevo paura di essere uccisa [...] In guerra si uccide per non essere uccisi. Ed io ho sempre combattuto. Non mi occupavo della coca o dei sequestri. Il mio compito era portare gli uomini in battaglia. E con me gli altri ci venivano volentieri perché sapevano che svolgevo bene il mio lavoro. Dicevano sempre: ‘se andiamo con la negra, andiamo bene’. Ora sono pentita di tutto il male che ho provocato ma vorrei che mi fosse concessa una seconda possibilità, vorrei aiutare la Colombia a chiudere i conti con la lotta armata [...] Da ragazzina ero entusiasta di imbracciare un fucile e credevo di farlo anche per il bene dei miei cari. Oggi sono cosciente di avergli provocato solo disgrazie. Sono uscita dalle Farc così povera come c’ero entrata ed uno dei miei fratelli è stato ucciso dai paramilitari che volevano vendicarsi di me [...]» (Omero Ciai, “la Repubblica” 8/11/2008).