Varie, 13 dicembre 2011
Tags : Shahla Jahed
Jahed Shahla
• 1970, Teheran (Iran ) 1 dicembre 2010 (giustiziata per impiccagione nel carcere di Evin) • «[...] amante dell’ex calciatore della nazionale iraniana Naser Mohammad-Khani [...] Dopo una confessione estorta, la donna è stata riconosciuta colpevole di avere ucciso a coltellate nel 2003 la sua rivale Laleh Saharkhizian, moglie del popolare giocatore, membro della nazionale negli Anni ´80 e poi allenatore del Persepolis. Grazie alla campagna mediatica di varie ong [...] la condanna a morte [...] era stata sospesa ed era stato ordinato un nuovo processo [...]» (“la Repubblica” 1/12/2010) • «[...] era sposata anche lei con il 53enne Khani, ma con un “matrimonio temporaneo”, unione prevista dal diritto islamico sciita che dura per un certo periodo di tempo (da poche ore a decenni), spesso usata per evitare l’accusa di adulterio. Per 4 anni Khani conduce una doppia vita a Teheran, tra l’appartamento di Shahla e la casa della moglie. E quando quest’ultima viene uccisa, viene arrestata Shahla. Lui, che si trovava in Germania, è sospettato di complicità e incarcerato per mesi, ma quando lei confessa d’aver agito da sola lo rilasciano. “Nasser morirò per amor tuo”, titolano i giornali in Iran. Al processo, però, nel 2004, Shahla si dice innocente. “Tutti sanno in quali condizioni ho confessato”. Amnesty International crede sia stata costretta. La regista iraniana Mahnaz Afzali ha girato un documentario, Red Card (è su YouTube), che mostra il processo alternato ai filmini girati da Shahla due anni prima. Lei in cucina, lui sul divano accanto a un orsacchiotto. Scene di una storia d’amore, solo che Khani chiede sempre di non essere ripreso. Al processo, la famiglia della vittima chiede la morte. “Occhio per occhio, dente per dente”, dice la madre di Laleh in chador, e scoppia in lacrime. Anche Khani chiede “la pena più dura”. Shahla è vestita di giallo, e si sistema continuamente il piccolo foulard giallo sulla testa. Volto contorto, non si capisce se rida o pianga. Va al microfono. Battagliera, racconta che era una fan di Khani, e chiese lei a un amico di dargli il suo numero. Il giudice impugna il diario della ragazza: “Avete scritto d’aver comprato per lui 8 sacchi di ‘riso’. Vuol dire ‘oppio’, vero?” Lei spiega che Khani si droga da 14 anni, lei l’ha aiutato solo due volte. Lui riceverà 74 frustate. Lei la pena capitale. La sharia dice che la famiglia della vittima decide, ma Mahmood Amiry-Moghaddam di “Iran Human Rights”, spiega che è un potere solo apparente: la legge fa sì che “le vittime condividano la colpa con le autorità. È come quando si lapida qualcuno: tutti scagliano le pietre, e la complicità li rende alleati”. [...] Shahla fece appello nel 2005 [...] una seconda volta nel 2006, una terza volta nel 2009. [...]» (Viviana Mazza, “Corriere della Sera” 1/12/2010) • Vedi anche Rosalba Castelletti, “la Repubblica” 2/12/2010.