13 dicembre 2011
FREQUENZE TV
(aggiornato al 16 dicembre)
Le frequenze e i multiplex
Le frequenze elettromagnetiche attraversano l’etere per trasportare trasmissioni televisive, radiofoniche o via satellite, telefonia mobile, comunicazioni militari. Un certo numero (e tipo) di frequenze serve per la televisione digitale terrestre (terrestre perché viaggia grazie a trasmettitori a terra, non via satellite), che entro il 2012, secondo una direttiva europea, dovrà sostituire il sistema analogico su tutto il territorio nazionale. Grazie alla trasmissione digitale, ogni frequenza può far viaggiare un maggior numero di informazioni: se prima era sinonimo di un singolo programma (Canale 5, Rai Uno ecc.), oggi arriva a trasportarne anche sei, e si definisce per questo “multiplex”.
Quindici multiplex già assegnati gratuitamente
Situazione attuale: in funzione quindici multiplex nazionali per la tv digitale terrestre assegnati gratuitamente: quattro alla Rai, quattro a Mediaset, tre a Telecom Italia Media, due al Gruppo Espresso, uno a D-Free (di proprietà di Tarak Ben Ammar), uno a ReteCapri. Rai e Mediaset hanno in più «un altro multiplex concesso per trasmettere la tv mobile su videofonino, che però potrebbe essere facilmente riconvertito per la tv digitale terrestre». [Il Sole 24 Ore, 10/12; il manifesto 7/12]
• Esempio composizione multiplex Rai. Mux 1: Rai Uno, Rai Due, Rai Tre, Radio1, Radio2, Radio3; Mux 2: Sat 2000, Rai 4, Rai Next, Rai Gulp, Rai Sat Extra ecc.
Sei frequenze tv (multiplex) da assegnare
Quelle che deve assegnare adesso lo Stato, per 20 anni, sono sei frequenze televisive nazionali, o multiplex, per il digitale terrestre: tecnicamente cinque DVB-T più una DVB-H, o DVB-T2. Sono frequenze lasciate libere nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale (perché per gli stessi canali di prima è sufficiente un minor numero di frequenze).
• «Il DVB-H è usato da anni con scarsissimo successo commerciale per la tv sui cellulari da Mediaset e H3G, che ha già chiesto di poter passare al DVB-T. Il DVB-T2, pur essendo sensibilmente più efficiente del DVB-T, è stato adottato in Italia solo da Europa 7, perché incompatibile con gli attuali decoder e quindi avrà una diffusione molto lenta» (Quirino Brindisi, management consultant). [www.key4biz.it, 14/12]
Nuove frequenze per stimolare la concorrenza
La storia comincia nel 2006, «quando l’Ue aprì una procedura d’infrazione contro l’Italia e contro la legge Gasparri, che, secondo Bruxelles, riproduceva nel mondo digitale l’anomalia del duopolio analogico, scoraggiando l’ingresso di nuovi operatori. All’iniziativa dell’Ue si sarebbe potuto rispondere mettendo a gara le frequenze televisive liberate dal passaggio al digitale, generando concorrenza e un buon incasso per lo Stato, come si è fatto per l’asta delle frequenze telefoniche». Il governo Berlusconi ha preferito adottare la scelta del “beauty contest” (letteralmente concorso di bellezza)». [Edoardo Segantini, Cds 1/12/2011]
Il beauty contest
Con il beaty contest le frequenze vengono assegnate gratuitamente in una gara senza asta e senza rilanci. Una commissione, dopo aver valutato fatturato, solidità patrimoniale, esperienza televisiva, copertura del territorio e numero di dipendenti di ciascuno dei soggetti che hanno presentato l’offerta, deciderà la graduatoria finale. «Sono regole che ricordano i concorsi di bellezza, con il ministero dello Sviluppo nel ruolo di gran giurì, l’Agcom e l’Unione Europea nei panni degli estensori dei canoni “estetici” adatti a conferire il titolo di miss». Obbligo principale per chi si presenta alla gara: «Assicurare la copertura dell’80 per cento della popolazione in cinque anni». «Con il criterio principe degli addetti, visto che “il punteggio massimo è attribuito al partecipante con il più elevato numero di dipendenti” (dal disciplinare pubblicato l’8 luglio 2011)». [Daniele Lepido, Sole 6/8/2011]
La commissione del beauty contest
La commissione del beauty contest, nominata dall’ex ministro Romani, è composta da Giorgio D’Amato (avvocato), Vincenzo Franceschelli (ordinario di Diritto privato all’Università di Milano-Bicocca) e Francesco Troisi (direttore generale Pianificazione e gestione delle frequenze al ministero dello Sviluppo economico): «Tre giudici considerati da alcuni dei partecipanti non proprio al di sopra delle parti: addirittura l’avvocato Giorgio D’Amato, ex segretario generale per l’Ufficio del Garante, decise che la proprietà de il Giornale era di Paolo Berlusconi, non del fratello Silvio, quindi nessun conflitto di interesse per il Cavaliere». [Carlo Tecce, il Fatto Quotidiano 2/11/2011]
La storia raccontata da Mediaset
«Da dove ha origine la vicenda? Dalla necessità dello Stato italiano di reperire frequenze da dedicare al digitale in vista dello stop all’analogico previsto dalla Ue. L’Italia infatti non aveva, a differenza degli altri Paesi, la disponibilità di asset frequenziali liberi da dedicare al digitale in quanto la presenza di oltre 500 tv locali, fenomeno unico al mondo, aveva generato l’occupazione totale delle frequenze disponibili. Con la legge 66 del 2001, il governo di Giuliano Amato scelse allora di velocizzare il processo spingendo gli operatori nazionali ad acquistare frequenze di tv locali fino all’effettiva introduzione del digitale. In poche parole, i broadcaster nazionali italiani pagarono di tasca propria la conversione al nuovo standard (…). Negli Stati Uniti e nei maggiori Paesi europei, invece, lo Stato ha assegnato agli operatori senza alcun costo le frequenze necessarie allo switch off dell’analogico. In nessuna parte del mondo si sono quindi tenute aste per le frequenze digitali tv (…). Di più: da noi i broadcaster commerciali storici hanno dovuto comprare sul mercato tutte le frequenze su cui operano. Mediaset negli anni ha acquisito tv locali per costruire il network Canale 5, rilevato Italia 1 dall’editore Rusconi, Retequattro da Mondadori, e per poter esercitare l’attività in digitale terrestre ha dovuto acquistare tre nuovi multiplex. L’investimento complessivo è stato di circa 1 miliardo di euro, a cui si aggiungono i canoni di concessione richiesti dallo Stato (nel nostro caso, 19 milioni di euro l’anno). Tuttavia, nel passaggio dall’analogico al digitale, Mediaset in cambio delle tre frequenze analogiche di Canale 5, Italia 1 e Retequattro otterrà dallo Stato a fine switch-off solo due multiplex digitali perdendo una delle frequenze storiche regolarmente comprata e pagata. Si potrebbe addirittura parlare di “esproprio” di un bene, il diritto d’uso delle frequenze, legalmente acquisito. Identico sacrificio è stato chiesto a Rai e Telecom Italia Media che hanno dovuto rinunciare a una frequenza ciascuno. Dove sono andate queste frequenze “requisite”? Ad alimentare la costituzione del cosiddetto “dividendo digitale” che oggi viene appunto riassegnato, per disposizione dell’Europa a chiusura dell’infrazione contestata all’ Italia, con la procedura pubblica, equa e trasparente del beauty contest». [Gina Nieri, consigliere d’amministrazione Mediaset, Cds 10/9/2011]
Sky si ritira dalla gara
La scelta dei sei vincitori del beauty contest dovrebbe essere formalizzata entro la fine dell’anno, nonostante le emittenti locali abbiano presentato ricorso al Tribunale amministrativo. E nonostante il clamoroso ritiro di Sky, annunciato il 30 novembre, in polemica con il duopolio Rai-Mediaset. Secondo Sky Italia i tempi lunghi della procedura, cioè il beauty contest, non consentono la pianificazione dell’investimento e le regole «discutibili» del bando favoriscono operatori già attivi sul mercato. L’azienda auspica «che questa sofferta decisione possa favorire una nuova stagione di riflessione tra tutti gli operatori e il nuovo governo, per un profondo ripensamento delle regole con cui ridefinire in senso competitivo il sistema televisivo italiano». [Edoardo Segnatini, Cds 1/12/2011]
Sono rimasti in gara
In gara restano Rai, Elettronica industriale (cioè Mediaset), Prima Tv (gruppo di proprietà di Tarak Ben Ammar), Canale Italia, Telecom Italia Media Broadcasting, Europa Way (cioè Europa 7). [Giovanna Cavalli, Cds 7/12/2011] «Oltre a Rai, Mediaset e Telecom Italia Media, altri quattro gruppi. Pochi e piccoli. Un segnale preoccupante. Nessun operatore del calibro di Disney, Turner, Universal. (…) In un Paese dove Rai e Mediaset possono contare su cinque multiplex (30 reti!) non ci sono le condizioni per entrare nel mercato» (Francesco Siliato, docente di Sociologia della comunicazione al Politecnico di Milano). [Cds 9/12]
Beauty contest contro asta
Argomenti diversi pro e contro l’uno e l’altro sistema di assegnazione delle frequenze. Si parla anche di conflitto d’interessi. «L’Europa chiedeva di aprire il mercato a nuovi concorrenti, l’ex ministro Paolo Romani, fedelissimo del Cavaliere, pensò bene di confezionare una procedura che facesse subito partire Mediaset favorita. (…) La gara prevede che l’azienda con più risorse e dipendenti arriva prima, dunque Mediaset avrà diritto a scegliere le frequenze migliori, e poi Rai e La7 si accodano volentieri». [Carlo Tecce, il Fatto Quotidiano 2/11/2011]
• Il Financial Times: «Il governo italiano con la gara non competitiva a beauty contest del digitale terrestre perde l’occasione di far cassa e rafforza ulteriormente il duopolio di Rai e Mediaset».
Emendamenti di Idv e Lega per l’asta
L’obiezione del mancato introito per le casse dello Stato e del beauty contest come regalo agli operatori maggiori è tornata con particolare vigore nei giorni della manovra Monti e dei sacrifici chiesti al Paese. L’Italia dei valori, con il deputato Federico Palomba, e la Lega hanno presentato in commissione Bilancio della Camera due distinti emendamenti alla manovra per l’annullamento del beauty contest e in favore dell’asta a pagamento, una misura con la quale il governo potrebbe raccogliere «un ricavo stimato di circa 4 miliardi di euro», scrive la Lega. Favorevole all’asta anche il Pd.
• Enrico Letta (Pd) via twitter: «Berlusconi non la pensa così ma è meglio mettere all’asta le frequenze tv che sacrificare le pensioni più basse». [Fatto 10/12]
• Silvio Berlusconi: «Temo che se ci fosse un’asta la gara sarebbe disertata da molti» (a chi gli domandava se non serva a fare cassa per finanziare misure contenute nella manovra). [Cds 9/12]
• «L’idea di assegnare le frequenze tv all’asta, anche se non esistono in Europa precedenti significativi, non ha alcuna controindicazione teorica e potrebbe portare editori o gestori di infrastrutture a rivalutare un ingresso nel mercato nazionale. (…) Il rischio che l’asta vada deserta è oggettivamente alto a fronte di investimenti nei contenuti dell’ordine di qualche centinaio di milioni di euro l’anno necessari a un editore per imporsi sulla scena nazionale e della fusione tra Mediaset e DMT, che concentrerà nelle mani della prima gran parte del mercato delle torri di trasmissione del segnale televisivo in Italia. In aggiunta, la correlazione tra andamento del mercato pubblicitario e ciclo economico, che nei prossimi anni si presenta quantomeno incerto, non aiuta a fare previsioni ottimistiche» (Quirino Brindisi). [www.key4biz.it, 14/12]
All’estero
Anche in Francia e in Germania è stato scelto il beauty contest. Ma «in nessun altro Paese ci sono broadcaster che già con l’analogico avevano tre reti. La nostra anomalia impone un approccio diverso se non si vuole incorrere in nuove sanzioni Ue» (Francesco Siliato). [Cds 9/12] «“In nessun altro Paese lo Stato ha assegnato gratis le frequenze alle emittenti tv. In Francia ha dato un diritto d’uso temporaneo a operatori di rete, che poi le usano per ospitare i canali dei fornitori di contenuti. Nel Regno Unito c’è addirittura una figura intermedia, il gestore del multiplex, che si occupa delle frequenze” (Antonio Sassano, docente alla Sapienza e padre dell’attuale piano frequenze dell’Agcom, Autorità garante delle comunicazioni, di cui è consulente). Principale grossa differenza, in pratica: altrove in Europa non è un regalo perché chi gestisce le nuove frequenze del digitale terrestre non le possiede. È un usufrutto temporaneo; lo Stato può riprendersele». [Alessandro Longo, espresso.repubblica.it]
L’asta per le frequenze della telefonia mobile
Altra obiezione al beauty contest: bisognava fare come per le frequenze della telefonia mobile. L’asta s’è chiusa a fine settembre: lo Stato aveva previsto un incasso di circa 2,4 miliardi, ne sono arrivati quasi 4. Contro obiezione: le frequenze «per le compagnie di tlc saranno risorse già pronte, visto che il traffico lo generano gli utenti, per esercitare un’attività di servizi a pagamento. Al contrario, nel caso della tv le frequenze sono solo la precondizione per iniziare l’attività, come fossero un nudo terreno totalmente da urbanizzare. Le emittenti devono poi investire pesantemente per produrre o acquistare contenuti, organizzarli in palinsesti, strutturare la raccolta della pubblicità» (Gina Nieri). [Cds 10/9]
• «Gli importi finali di aggiudicazione miliardari (nell’asta per le frequenze tlc, ndr) riflettono anche la dimensione di un settore con un fatturato di circa 40 miliardi di euro nel 2010, contro i circa 9 miliardi di quello televisivo (incluso il canone Rai), i cui protagonisti mostrano una redditività a livello di margine lordo di quasi il 50%, paragonabile nella televisione solo alle attività in chiaro di Mediaset, visto che Sky, pur aggiudicandosi nel 2010 l’80% del fatturato pay, ha un margine lordo del 13%» (Quirino Brindisi). [www.key4biz.it, 14/12].
Dopo 5 anni le frequenze tv si potranno rivendere
Al contrario degli operatori della telefonia mobile, che saranno obbligati a stretti controlli di trading sulle licenze per i canali acquisiti a caro prezzo, le tv nazionali vincenti, secondo il bando di gara, «dopo solo cinque anni potrenno rivendere liberamente le frequenze ottenute gratuitamente senza chiedere alcuna autorizzazione ministeriale. Rai, come servizio pubblico, e Mediaset, come società privata, potrebbero quindi guadagnare una plusvalenza netta di almeno 200 milioni di euro, che è il valore minimo stimato dagli analisti per ciascuna delle 6 frequenze messe in gara». (il manifesto 7/12).
Quanto valgono le frequenze tv
Ma quanto valgono, come asset, i multiplex? «Secondo fonti vicine al ministero dello Sviluppo, potrebbero sfiorare il miliardo, considerando un valore per ciascuno dei sei multiplex pari a 100-150 milioni, anche se dipende dalle aree geografiche da coprire». [Daniele Lepido, Sole 6/8/2011] «L’Agcom ha calcolato (in maniera riservata) che l’asta delle frequenze tv potrebbe fruttare alle casse dello Stato un miliardo e 250 milioni di euro». [Bagnoli, Cds 8/12] Una cifra molto lontana da quella ipotizzata da Giovanni Valentini: «Posto che, secondo gli esperti, il valore di mercato è di 50 milioni di euro per 1 megahertz di banda tv, quello dei 320 MHz residui ammonterebbe alla più che rispettabile cifra di 16 miliardi». [Repubblica 7/12]
• Stimare il valore delle frequenze tv comunque «è particolarmente complesso e incerto perché le frequenze non hanno un valore intrinseco: valgono tanto quanto gli operatori prevedono di ricavare dai servizi che offriranno» (Antonio Sassano, ordinario di Ricerca operativa all’Università La Sapienza). Considerata l’offerta sovrabbondante e la contrazione del mercato pubblicitario, «nelle condizioni attuali un’eventuale asta riservata solo alle emittenti televisive per le sei frequenze nazionali in palio potrebbe raggiungere al massimo qualche centinaio di milioni» (Sassano). [Enrico Grazzini, CorrierEconomia 12/12]
Subito l’asta: falso Twitter di Passera
«Non rinvieremo ulteriormente un’asta sulle frequenze tv. Il Governo intende affrontare la questione immediatamente, senza tollerare indugi»: Twitter attribuito al ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, lanciato dall’Ansa alle 14.38 di lunedì 12 dicembre. Era un falso. Passera finora è stato molto cauto: «Stiamo approfondendo la questione» ha risposto solitamente alle domande in merito all’assegnazione delle frequenze tv.
• Il 13/12 a Ballarò, ad Antonio Di Pietro che gli chiedeva perché il governo non cambia il sistema di assegnazione delle frequenze tv ricorrendo all’asta come nel caso delle tlc, il sottosegretario all’Economia Gianfranco Polillo ha detto che siccome il governo si basa sulla maggioranza formata da Pdl, Pd e Terzo Polo, è stato necessario raggiungere «una mediazione politica».
• Al question time del 14/12 alla Camera, a Di Pietro che gli chiedeva perché il governo non cambia il sistema di assegnazione delle frequenze tv ricorrendo all’asta come nel caso delle tlc, Passera non ha risposto.
Il governo Monti riapre la partita
Il 16 dicembre il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda ha dato parere favorevole a tre ordini del giorno convergenti (firmatari Paolo Gentiloni, Pd, Roberto Maroni, Lega, Antonio Di Pietro, Idv) che chiedono, sia pure con toni diversi, che venga annullato il beauty contest per le ferquenze tv a favore di un’asta per l’assegnazione onerosa.