Varie, 13 dicembre 2011
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Humar Tomaz
• Lubiana (Slovenia) 18 febbraio 1969, Langtang Lirung (Nepal) 10 novembre 2009. Alpinista. A 21 anni già istruttore e soccorritore alpino, nel 1996 fu premiato col il “Piolet d’Or”, l’Oscar dell’alpinismo, per la nuova via aperta sulla Est dell’Ama Dablam. Il 3 novembre 1999 raggiunse in solitaria la vetta del Dhaulagiri (8167 metri) passando per l’inviolata parete Sud. Nel 2005 rimase bloccato sei giorni lungo la parete Rupal del Nanga Parbat (salvataggio in elicottero). Morì solo, su una parete dove nessuno aveva mai messo piede, la Sud del Langtang Lirung, «[...] un Settemila che il sole fa brillare nel cielo di Kathmandu, vicino al confine tibetano e all’Ottomila Shisha Pangma. Humar aveva scelto le “canne d’organo” tra speroni di roccia e lingue glaciali per un’altra “ricerca” [...] è stato trovato [...] a 5600 metri di altitudine, nella neve, dai soccorsi svizzeri di Air Zermatt, gli stessi che lo avevano salvato il 10 agosto del 2005 nell’inferno di valanghe della parete Rupal, sul Nanga Parbat, tra Pakistan e Cina. Sei giorni aveva trattenuto la vita, Humar, sei giorni senza viveri [...] due prime drammatiche telefonate [...]: “Sono ferito, ho una gamba rotta, costole incrinate. Non ce la faccio da solo, venite, questa volta muoio”. La sua voce era ferma. Con il satellitare ha chiamato Jagat, poi in Slovenia l’amico e compagno di arrampicata Branco Ivanek. Aveva l’altimetro con sè, segnava 6300, ma il suo corpo è precipitato per 700 metri. “Forse è stato travolto da una valanga”. Ivanek ha chiesto l’intervento di Air Zermatt, consapevole che i piloti nepalesi non hanno esperienza di soccorsi in parete [...] la squadra elvetica con pilota, Robert Andenmatten e due guide, Bruno Yelk e Simon Andenmatten, erano già ai piedi del Langtang Lirung. Ma ci sono state complicazioni burocratiche, in Nepal soltanto una compagnia locale privata ha le autorizzazioni del governo per volare. E fino ad allora la squadra nepalese, nonostante le ricognizioni aeree e la salita di alcuni alpinisti in parete, non avevano trovato traccia di Humar [...] Nessuno può dire quanto sia riuscito a resistere [...] se avesse potuto essere salvato, oppure se quella sua ultima telefonata con voce flebile, rotta dal dolore, era l’ultimo suo respiro [...] Conosceva il rischio, sapeva che ancora una volta spingeva la sua ansia di ricerca al limite. Solo, come molte altre volte. E sapeva anche, esperto di soccorso, che un salvataggio era improbabile. [...] In quell’ampia parete Sud non si sapeva dove cercare, Tomaz non aveva dato indicazioni precise. [...] Da tempo si era convinto che non esistono eroi e neanche superuomini, ma soltanto persone che leggono in se stessi come sfogliassero le pagine di un libro. E quando era rimasto solo sulla vetta del Nuptse, enorme barriera alta quasi 8000 metri che si para davanti a Everest e Lhotze, aveva deciso di saperne ancora di più dai suoi amici monaci buddisti. Era il 1997 ed era con Janez Jeglic. Stremati, dopo giorni di parete erano riusciti a raggiungere la vetta risalendo l’inviolata faccia Ovest. La fatica perse nell’abisso Jeglic, gli tolse perfino l’urlo della caduta. Tomaz non lo vide né lo sentì. “È svanito, come un fantasma”» (Enrico Martinet, “La Stampa” 15/11/2009).