Danilo Taino, CorrierEconomia 12/12/2011, 12 dicembre 2011
CITY. TUTTA L’EUROPA NON VALE UN MIGLIO QUADRATO
Il torneo che deve stabilire quale sarà la vera capitale finanziaria della time-zone europea sembra arrivato alla partita finale: London City contro Zurich. La decisione, venerdì, del primo ministro britannico David Cameron di tenere il Regno Unito fuori dal nuovo accordo che dovrebbe portare a una maggiore integrazione del governo economico in Europa è sicuramente un problema serio per Londra. La lascia isolata, anche formalmente, nel Vecchio Continente, riduce la sua influenza su una serie di scelte economico-finanziarie importantissime, irrita gran parte dei partner della Ue, in testa Parigi e poi a seguire Berlino, Bruxelles, Lussemburgo. E, più in generale, è un colpo non da poco per l’intera Unione europea, la quale, nonostante non sempre sia stata amata dalla Gran Bretagna, delle politiche di Londra ha spesso fatto tesoro.
Il gran rifiuto
Fatto sta che Cameron la scelta l’ha fatta: nel nome «dell’interesse nazionale», come ha detto egli stesso, per evitare che l’Eurozona — sempre più franco-tedesca — assumesse poteri che avessero la forza di impedire alla City di Londra di crescere e svilupparsi secondo linee proprie. È una decisione che crea e creerà grandi problemi politici al leader conservatore britannico: nell’immediato con i partner di governo, i liberal-democratici molto europeisti; più a lungo termine, su come posizionare il Paese sia dal punto di vista politico nei confronti della Ue, sia in termini economici.
Interessi nazionali
Con il suo gran rifiuto e con il veto di venerdì, Cameron infatti afferma che la City e l’industria finanziaria sono il passato, il presente e anche il futuro della Gran Bretagna. Dice che per difendere il Miglio Quadrato londinese si può rinunciare all’influenza britannica sull’Europa.
Ha ragione? Sta davvero difendendo il futuro della City? E non sta allo stesso tempo condannando la Gran Bretagna a isolarsi da un mercato comune che l’ha molto aiutata a prosperare nei decenni scorsi? Cameron ha probabilmente fatto una scommessa: rischiosa ma non senza speranze. Innanzitutto — dice — i mercati sono senza patria, scelgono come base la piazza che ha le regole più favorevoli a banche, fondi, assicurazioni, finanzieri e via dicendo: in termini di regole, lacci e lacciuoli, tassazione, presenza di know-how unico, qualità della vita e dei servizi.
Da questo punto di vista, la City e Londra sono imbattibili, come Wall Street e New York ma più internazionalizzate, meno legate a un grande mercato interno. Prima conclusione: sottoporre la piazza finanziaria londinese a un governo economico dell’Eurozona sarebbe un suicidio, perché da anni, sin da prima della nascita dell’euro, soprattutto Parigi ha mostrato l’intenzione di limitare la capacità operativa della City. Dal momento che l’industria finanziaria è un’architrave dell’economia britannica — non solo Londra ma anche Edimburgo — il primo interesse nazionale è non comprometterla.
Il rischio implicito è che l’Eurozona, a questo punto, alzi ostacoli e barriere all’operatività finanziaria di Londra. Qui, Cameron ha forse dato uno sguardo alla piazza svizzera, a Zurigo e a Ginevra. Negli anni scorsi, la due città elvetiche hanno beneficiato dell’arrivo di una serie di operatori finanziari — soprattutto hedge fund — che hanno deciso di lasciare altri centri a causa di una regolazione troppo stretta o di tasse che ritenevano eccessive. L’insegnamento che il primo ministro britannico ne può trarre è che non è indispensabile essere al cuore della Ue per avere un centro finanziario che serve la Ue. Anzi: Parigi e Francoforte non sono mai veramente decollate come capitali della finanza, nonostante le ambizioni francesi e nonostante che nella città tedesca sia stata basata la Banca centrale europea.
Probabilmente, Cameron non ha intenzione di fare di Londra la Hong Kong dell’Europa, un centro finanziario offshore. Di certo, però, è convinto che la City possa prosperare meglio senza i vincoli che le imporrebbe un governo economico della Ue. Ha buone probabilità di sbagliare disastrosamente, ma ha anche buone probabilità di fare la cosa giusta, soprattutto se riuscirà a limitare al minimo l’isolamento dagli altri europei.
Crescita
La seconda conseguenza della mossa di Cameron — che sia stata voluta fino in fondo oppure il risultato di un bluff smascherato poco importa — è che riporta la finanza al centro del modello di crescita britannico. Dopo la crisi del 2008 e con l’arrivo del governo di centrodestra, l’enfasi si era spostata sulla necessità di riequilibrare l’enorme peso che la finanza ha sull’economia. La svolta di venerdì fa quasi pensare a un destino storico del quale Londra e il Regno non sono in grado di liberarsi: fare i banchieri del mondo ma declinare irrimediabilmente nella manifattura.
Qui, la scommessa di Cameron è che la Ue a 26 (cioè la nuova alleanza senza la Gran Bretagna) rimanga totalmente aperta alla Ue a 27 (una volta risolto il caos istituzionale che si è aperto), cioè che il mercato unico — il vero bene europeo, dal punto di vista di Londra — rimanga tale e non si alzino barriere. Anche questa una scommessa a rischio elevato. In fondo, però, Cameron può sempre dire che la Svizzera è sì molto banche e finanza, ma è anche molto industria, e che industria, dal farmaceutico agli orologi all’alimentare. Bel match.
Danilo Taino