Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 12/12/2011, 12 dicembre 2011
LE NOSTALGIE DI TRIESTE: TROPPI RICORDI, POCO FUTURO
Già dalle elementari veniamo sollecitati all’amor di patria. È educativo che dall’infanzia venga coltivato questo sentimento, ma non sempre quello che viene raccontato corrisponde alla verità. Un caso particolare è quello dell’italianità di Trieste: è infatti molto popolare la canzone «Le campane di San Giusto» del 1918 che parla delle triestine che anelavano alla liberazione, da parte dell’Italia, del loro cuore. Dopo la II guerra mondiale Trieste faceva parte della zona A e rischiò di passare alla Jugoslavia che invece si dovette accontentare della zona B rinunciando a Trieste e ai suoi dintorni. Prima che la questione fosse definita ebbe molto successo la canzone «Vola colomba» che Nilla Pizzi fece trionfare al festival di Sanremo del 1952 nella quale era struggente la nostalgia per la patria italiana. Lasciò perplessi gli ascoltatori il discorso che tenne Claudio Magris presentando il suo libro «Danubio» in cui mise in evidenza i legami di Trieste con la mitteleuropa e quindi con l’Austria che a scuola ci era stata presentata come una nostra nemica storica. Parlando con triestini emerge un senso di frustrazione e anche recenti articoli sui giornali parlano di nostalgia sì, ma dei tempi dell’impero austriaco. Forse l’Italia e gli italiani hanno delle colpe se la bella città cosmopolita si scioglie dai legami con la sua patria?
Antonio Fadda
antoniofadda2@virgilio.it
Caro Fadda, le nostalgie asburgiche di Trieste fanno parte della sua originalità e del suo fascino. Ma ho l’impressione che siano spesso l’alibi con cui la città ha perdonato a se stessa il suo lento declino. L’amministrazione austro-ungarica era proba, efficace e affidabile, ma anche occhiuta e retriva. E’ bene ricordare che i triestini divennero patrioti e «irredentisti» quando si accorsero che Vienna, dopo la perdita del Veneto, stava coltivando la componente slava dell’Impero a danno di quella italiana. Per Trieste, nei decenni che precedettero la Grande guerra, questo significò una più forte presenza slovena e croata, soprattutto nella pubblica amministrazione. Se questo non fosse accaduto, i sentimenti filo-italiani della città sarebbero rimasti patrimonio di piccoli gruppi, composti prevalentemente da intellettuali.
L’annessione all’Italia nel 1918 fu salutata con gioia e soddisfazione, ma ebbe per effetto, negli anni seguenti, il forte ridimensionamento delle attività portuali e mercantili. Fu colpa della disattenzione del governo italiano per le ambizioni di una città che era stata lungamente il maggiore emporio mercantile e marittimo dell’Impero asburgico? A me sembra che la principale causa del declino fu la scomparsa del grande Stato multinazionale che, alle spalle di Trieste, era stato il suo mercato naturale. Quando alcuni ambienti economici della città chiesero a Giuseppe Volpi di essere aiutati a realizzare un progetto simile a quello che il finanziere veneziano aveva realizzato tra Mestre e Marghera, questi rispose che spettava ai triestini dare prova di fantasia e intraprendenza. Volpi difendeva i propri interessi e non avrebbe visto con piacere la realizzazione di un progetto concorrente; ma non aveva torto.
Alla nostalgia si aggiunse negli anni Settanta l’amarezza per gli accordi di Osimo con cui il governo italiano rinunciò definitivamente ai territori rimasti in mani jugoslave dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Comprendo i sentimenti della città, ma quei territori non erano mai stati interamente italiani e l’Italia, in quel momento, aveva un forte interesse ad archiviare una questione politica che non era possibile risolvere in altro modo. L’accordo di Osimo, d’altro canto, prevedeva la creazione di una zona franca, al confine fra i due Paesi, che avrebbe potuto giovare al ruolo economico della città soprattutto nell’Europa centrale e nei Balcani. Ma i triestini temevano un insediamento massiccio di manodopera slava e la zona franca rimase lettera morta. Per concludere, caro Fadda, troppa nostalgia può nuocere al futuro di una città o di un popolo. Il passato può diventare una palla al piede di cui è meglio sbarazzarsi.
Sergio Romano