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 2011  dicembre 12 Lunedì calendario

CONTROLLI NECESSARI. BUROCRAZIA INVADENTE

Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, nell’intervista al Corriere di ieri, si preoccupa della sua efficienza, ma precisa che «Equitalia non è un ammortizzatore sociale», che è una finalità della politica. Sarebbe difficile dargli torto.
Ma gli italiani non la pensano così perché nessuno ha spiegato loro che a massacrarli di tasse non è Equitalia,
ma uno Stato elefantiaco, costoso e oppressivo, da riformare.
La distorsione ha prodotto il criminale attentato a un ufficio dell’Agenzia; minaccia di lasciare le cose come stanno.
La crisi è, per molti italiani, ciò che, nel ’22, era l’ordine pubblico. Ritengono lo Stato di diritto un ostacolo alla stabilizzazione, le libertà della democrazia liberale inutili. Nel ’22, il Paese era finito nelle braccia di Mussolini, credendo di rinunciare «solo temporaneamente» alle garanzie dello Statuto albertino e che, una volta ristabilito l’ordine, tutto sarebbe tornato come prima. Oggi, rischia di scivolare in un «duro» totalitarismo burocratico, attenuato da uno schermo politico soffice, «sottilmente demagogico». Ma quando si sospendono garanzie, libertà, diritti soggettivi, non si sa dove si va a finire. Il Giornale attribuisce al presidente del Consiglio questa frase: «Manovra impopolare, ma io non ho elezioni». Professor Monti, non pensi che io ce l’abbia con lei — stima e amicizia sono immutate; faccio solo il mio mestiere — ma se il governo non risponde agli elettori di quello che fa, e il Parlamento tace, si può ancora dire di essere una democrazia? Il suo governo non finisce con essere la metafora del governo Facta e il Parlamento «l’Aula sorda e grigia» di allora?
Invece di progettare le riforme — che ci salverebbero da altre crisi, come lo stato d’assedio, che Facta avrebbe dovuto dichiarare, avrebbe fermato la marcia su Roma e scongiurato la dittatura — lei, per ora, ha preso tempo. Si è affidato alle tecnicalità fiscali, per rassicurare i partner europei, ma punitive per gli italiani. Forse, non avrebbe potuto fare diversamente. È diventato senatore a vita, e capo del governo, per volontà del presidente della Repubblica; che, ora, è nei panni di Vittorio Emanuele III. Dell’abito mentale borghese e della cultura cattolico-liberale conserva la sobrietà personale e la moderazione del linguaggio; però deve ricorrere ai toni ultimativi del dictator romano, incaricato di colmare il vuoto della politica, quale, in realtà, le si chiede di essere.
L’attentato alla sede romana dell’Agenzia delle entrate non è assimilabile al terrorismo rosso il cui obiettivo — la rivoluzione marxista-leninista — non era condiviso dalla maggioranza degli italiani. La bomba di Roma riflette una ostilità diffusa alle misure fiscali che ricorda la rivolta contro la tassa sul macinato nella Milano seicentesca raccontata dal Manzoni, ma non rivela alcuna intenzione strategica rivoluzionaria. Ci rifletta e capirà perché Befera ha ragione. Se l’economia non cresce è perché le istituzioni politiche, economiche e sociali sono più quelle di una società «bloccata» che «aperta». Il nostro capitalismo — sottocapitalizzato, sussidiato dalla mano pubblica, strutturato in un sistema societario per eludere il mercato e scongiurare la contendibilità (la scalata) di aziende governate da patti di sindacato — è fra i peggiori del mondo industrializzato. Le grandi organizzazioni sindacali, nell’età del terziario avanzato, sono ferme alla contestazione del fordismo della grande fabbrica. La società civile è chiusa in una rete di corporazioni che penalizzano il merito e rallentano il ricambio generazionale. Sono carenti i due pilastri sui quali si regge la democrazia americana: organismi intermedi che integrano, con la sussidiarietà, la Funzione pubblica; media autonomi dai facili luoghi comuni del momento. In tali condizioni sociopolitiche ed economiche, il governo avrebbe potuto fare diversamente? Se no, ci dica che non ha potuto perché siamo una democrazia immatura e zoppa della gamba liberale. È troppo facile lasciare che la gente accusi i quattro gatti liberali di essere ripetitivi — ma repetita iuvant, diceva Benedetto Croce, dei principi del liberalismo — con la loro insistenza sulle libertà e i diritti individuali in un Paese che manco sa che cosa siano. È ingiusto isolarli in un mare di demagogie populiste. È vero, irritano «le loro lezioni per adulti analfabeti». Irriterà anche questa distinzione fra l’Agenzia che esegue e lo Stato che ordina. Ma ho ritenuto giusto farla.
Piero Ostellino