Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 10 Sabato calendario

ADDIO CRESCITA, RIPENSIAMO LA SOCIETÀ


Nel 2012 la crescita del Pil cinese sarà compresa tra il 6 e il 7%, percentuali altissime, ma lontane dalla crescita a due cifre a cui la Cina ci aveva abituato negli ultimi anni. La crisi del debito rallenta l’economia mondiale e la crescita complessiva. Ma se è vero che per uscire dalla crisi del debito è necessario rilanciare la crescita, non ci sarà rigore che tenga: se la crescita sta rallentando in Cina, nella vecchia Europa e nella anziana Italia la crescita sarà inimmaginabile nei prossimi anni. Potremo far partire le grandi opere, con un effimero impatto sul prodotto lordo, inevitabilmente di carattere temporaneo, ma non potremo invertire la rotta di un sistema saturo. Quanto più una società è matura, tante più risorse ed energia sono necessarie per il suo mantenimento e sempre meno per l’innovazione e l’espansione, altri due mantra che ci accompagnano da molto tempo e che nessuno osa mettere in discussione.
Il famoso rapporto debito/pil che è ormai la stella cometa della politica europea non può più esserlo, per il semplice e oggettivo motivo che il denumeratore del rapporto non potrà più aumentare secondo le previsioni di modelli pensati nel secolo scorso, se non addirittura in quello precedente.

CAMBI DI DEFINIZIONE

E in una società che invecchia, in cui le risorse saranno sempre più indispensabili per mantenere un welfare che, giustamente, si può intaccare solo in misura molto limitata, esiste una unica strada per non finire nel burrone: cambiare la definizione di crescita.
Il Pil è l’insieme dei beni e servizi prodotti in un Paese, ma pur essendo molto complicato trovare un indicatore di sintesi condiviso, trovare una alternativa è ormai indispensabile, non per proporre modelli alternativi, ma per la sopravvivenza stessa di questo modello. Non ci sono alternative. Basta guardare i dati della produzione industriale del nostro Paese per capire l’assurdità della strada intrapresa e da cui sembra impossibile uscire; nonostante il calo della produzione industriale e, dato molto più critico, la pesante riduzione della quota italiana a livello di commercio internazionale, i paesaggi delle periferie delle nostre città continuano a essere pianificati con zone industriali, con conseguenti capannoni destinati a ospitare nonsi sa bene quali attività produttive.
Oggi molti di quei capannoni sono vuoti, alla ricerca disperata di nuovi padroni; i vecchi se ne sono andati in Romania, Turchia e Cina, in una rincorsa suicida per il Paese. Ma la globalizzazione non consente analisi strategiche di lungo periodo, obbliga solo a competere riducendo i costi, aumentando la produttività e cercando nuovi mercati; ma la globalizzazione è il risultato di un percorso e come tutti i percorsi non è immutabile, può essere ripensato e governato, se si accetta l’impossibilità di crescere secondo criteri oggi senza nessuna possibilità di essere rispettati e soprattutto senza nessun senso per il benessere dei cittadini. La crescita infinita, carattere fondante della globalizzazione, rappresenta un’eccezione storica; la crescita è sempre stata, come hanno evidenziato da tempo gli antropologi, qualcosa di impensabile per molte società preindustriali.
La globalizzazione, traguardo finale dello sviluppo industriale fondato sulla continua innovazione tecnologica, è riuscita a far passare per naturale ciò che non è secondo la natura umana.

MODELLO STAGNANTE

Di fronte a una sovrastruttura di questo tipo, che sembra impossibile solamente scalfire, vi sono vari punti di vista, ma l’unico che sembra poter incidere su questo modello stagnante, democratico solo a parole, riguarda proprio la ridefinizione del concetto di crescita, non certo sostituibile con quell’altro grande inganno dello sviluppo sostenibile, ossimoro alibi per non cambiare, in quanto il concetto stesso di sviluppo sostenibile è fondato su tassi di crescita non più pensabili per buona parte del mondo più industrializzato.
Le riflessioni e le proposte per risolvere la crisi del debito non tengono conto di queste considerazioni. Sarà necessario farlo, l’unico dubbio è capire su quante macerie questo avverrà.

Francesco Bertolini