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 2011  dicembre 11 Domenica calendario

TREMONTI AVEVA UN PIANO PER PORTARCI FUORI DALL’EURO


Giulio Tremonti aveva pronto ai primi di agosto un piano straordinario per abbandonare l’euro e tornare alla lira. A rivelarlo è stato il professore Paolo Savona, economista e presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi, il 7 dicembre scorso in Senato davanti alla commissione straordinaria per il controllo dei prezzi. Nella lunga e per certi versi sorprendente audizione, che ha ripercorso con aneddoti sconosciuti le tappe di adesione dell’Italia all’Unione europea, Savona ha sostenuto: «Un paese serio doveva avere sia un piano A per restare nell’euro, sia un piano B per uscire. Purtroppo la realtà ha dimostrato che il governo dell’economia precedente non aveva né l’uno né l’altro. E infatti ci hanno imposto altri il piano. Questo tipo di critica l’ho scritta ad agosto su un quotidiano». A quel punto il professore si è fermato, e gli è scappato un particolare fino a qui ignoto: «Non voglio rivelare segreti professionali, ma dopo quell’articolo fui chiamato dal ministro dell’Economia che mi disse: “no, guardi, noi il piano B ce l’abbiamo”. Non so se è vero, ma potete chiederlo voi parlamentari al governo. Può essere che ci sia davvero un piano scritto». Secondo la rivelazione di Savona, dunque ad agosto l’allora ministro dell’Economia, Tremonti, gli aveva assicurato di avere pronto un piano di uscita dall’euro. Che secondo l’autorevole economista è necessario comunque avere nel cassetto anche oggi con il governo di Mario Monti, «perché comunque avere quel piano B è necessario. Siccome non abbiamo l’unione politica, questo trattato si può rompere in qualunque momento. Bisogna saperlo, e avere alleanze internazionali (Cina o Stati Uniti) e la mobilitazione di risorse tali che consentano di affrontare la situazione».

ORMAI È TARDI

Nell’audizione Savona ha spiegato di avere cercato di proporre nell’ultimo anno ad altri colleghi, a imprenditori e tecnici, l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, ritenendola la soluzione migliore. Non avendolo fatto però, secondo il professore, oggi l’opzione non potrebbe più essere percorsa se non a costi troppo alti. «Oggi uscire dall’euro non ce lo possiamo più permettere», ha sostenuto Savona nell’audizione parlamentare, «perché abbiamo già avuto il danno che avremmo avuto se avessimo preso questa decisione all’inizio di quest’anno. Io l’ho proposto a circoli di amici, a circoli di imprenditori e così via. Mi hanno sempre risposto tutti “no, i danni saranno troppi”. Quando però vedo che ci sono titoli delle banche che sono scesi da 100 a 63 e i titoli dello Stato che sono andati intorno al 70, noi abbiamo già avuto un danno dell’ordine del 30-35%. Abbiamo pagato un costo altissimo per rimanere quest’anno nell’euro. Se oggi volessimo uscirne pagheremmo un altro 20- 25%, e quindi non converrebbe più».
Nel suo lungo excursus il presidente del Fondo interbancario ha ricordato di avere insistito fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta con il suo maestro Guido Carli perché l’Italia non firmasse il Trattato di Maastricht. Carli si rendeva conto dei rischi di perdita di sovranità del suo paese, ma era «pessimista» e «forse troppo anziano» per fidarsi delle capacità dell’Italia di prendere decisioni che a quel punto era meglio le fossero imposte da altri. Firmato il Trattato Carli confessò al suo allievo e collaboratore: «Abbiamo messo la corda al collo, ma io ho la mano sulla corda». Quella mano – ha spiegato Savona – «era la politica fiscale restata in capo ai governi nazionali. Fino a questo 8-9 dicembre».

GLI ERRORI DI MARIO

Proprio a proposito del vertice Ue appena concluso, Savona è stato molto critico sulla manovra Monti e soprattutto sulla resa incondizionata a cui l’Italia è stata portata nei confronti della Ue. «Io», ha spiegato, «avrei preparato il decreto che ci è stato chiesto, in tutti i suoi dettagli, mettendo solo il visto sulle pagine come suol farsi nelle proposte di contratto. Sarei andato l’8 e il 9 e avrei detto: «Signori, noi ubbidiamo a ciò che voi ci imponete per avere l’assistenza della Bce e direi per certi versi anche l’assistenza che non abbiamo ancora avuto dell’European Fund Stabilization (Efs, il cosiddetto meccanismo salva-Stati dell’Europa). Se voi ci date delle garanzie – che ora non abbiamo (la Bce non ha preso impegni) – sul fatto che questo meccanismo ci sarà dato, io firmo il decreto». Secondo Savona per varare il decreto, Monti avrebbe dovuto chiedere a Bce e a Efs una linea di credito a disposizione dell’Italia di almeno 800 miliardi di euro, quanti ne servirebbero per impostare un piano di rientro del debito pubblico nei parametri di Maastricht. Non averlo fatto ci costringerà ad altre manovre «che colpiranno i redditi bassi e tutti i redditi» e a perdere gratis la propria sovranità e quindi «parte della democrazia». Sulla manovra infine Savona ha detto di non capire «per quale motivo manovra deve iniziare da redditi e non da cessione patrimonio Stato. Questo è un mistero. E più che mistero, il sospetto è che intorno a quel patrimonio pubblico si siano formati interessi tali per cui l’operazione non si può più fare. Bisognava abbattere di 200 miliardi di euro debito pubblico e chiedere quella linea di credito Bce-Efs. Perché se dobbiamo ridurre il debito con gli avanzi primari, allora siamo messi davvero male».

Fosca Bincher