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 2011  dicembre 11 Domenica calendario

ASCESA AGLI INFERI

Thomas Bernhard (1931-1989), massimo scrittore austriaco contemporaneo e uno dei maggiori del suo secolo, ha raccontato i primi vent’anni della sua vita in cinque testi pubblicati tra il 1975 e il 1982 ora raccolti, a cura di Luigi Reitani, con il titolo Autobiografia (Adelphi, pagg. 632, € 65,00). È un vero "romanzo di formazione", genere letterario tipicamente tedesco, e giustamente l’illuminante introduzione di Reitani si apre citando Poesia e verità, in cui Goethe racconta la propria giovinezza. Non documento ma opera letteraria, scandita in ogni pagina dallo stile inconfondibile, eminentemente musicale, di Bernhard, si snoda in un flusso continuo totalmente privo di capoversi, come le altre sue opere: una caratteristica che, superato il primo impatto, si rivela ben presto non un vezzo ma la condizione imprescindibile del racconto. Uno stile di tale potenza che all’unico "stacco", alla fine del testo La cantina, il lettore fa letteralmente un salto, come se lo colpisse un proiettile; e di tale coerenza che – caso pressoché unico a mia conoscenza – conserva lo stesso timbro dalla prima all’ultima pagina benché sia tradotto da quattro (ottime) mani diverse: Eugenio Bernardi, Renata Colorni, Umberto Gandini e Anna Ruchat.
Il libro è prima di tutto un’opera letteraria, ma Reitani giustamente si interroga anche sul suo valore oggettivo di fonte per la vita dell’autore; e, richiamando una dichiarazione programmatica di Bernhard del 1970 («Tutto nei miei libri è artificio»), mette in guardia dal prenderne troppo alla lettera il contenuto. Molte sono le omissioni, e non soltanto perché il racconto si arresta ai vent’anni, mentre i fatti presenti sono "dilatati", e in qualche caso trasfigurati.
Eppure i cinque testi hanno un grande valore biografico, sono anzi imprescindibili per comprendere l’autore e l’opera. Purché, tuttavia, vengano letti insieme agli apparati critici che li accompagnano. Non solo l’introduzione, ma la ricchissima cronologia, che mette in luce le discrepanze tra i fatti oggettivi e la narrazione, spesso iperbolica (Bernhard ne è ben consapevole, poiché anche per la sua scrittura vale la frase: «tutte le imprese che iniziavo le spingevo fino all’estremo»), le note e un’appendice, assai importante, che illustra "figure e luoghi" del testo. In questo modo il libro recupera tutto il suo valore di fonte autentica non solo per la genesi dello scrittore Bernhard e delle sue idee, ma anche per i fatti della sua vita.
Le cinque stazioni di questa "via Crucis" sono le tappe di una discesa agli inferi che quasi in ogni momento è anche un’ascesa, la descrizione di una resistenza crescente, mai presentata come eroica eppure tale davvero, al malessere, al dolore, alla malattia, alla perdita degli affetti, alla morte. Non ha torto Reitani a concludere che questo libro di un autore così cupo, che scaglia sulla terra natia le invettive più feroci, che si presenta apertamente come «un disturbatore della pubblica quiete», è in realtà «un audace inno alla vita».
L’infelicità del giovane Bernhard esplode – in L’origine (oppure La causa: in tedesco Ursache) – in una Salisburgo trasformata in un’oscena caserma dai nazionalsocialisti e poi terrorizzata dalla guerra, dai bombardamenti, dalle distruzioni e dalle morti. Ma non diminuisce nel dopoguerra, quando Bernhard riprende gli studi liceali nello stesso istituto, passato senza alcuna soluzione di continuità didattica dalla tirannia di un gerarca nazista a quella di un preside cattolico. Nazista e cattolica è, secondo Bernhard, l’essenza perenne di Salisburgo. L’invettiva contro la città e le sue ipocrite "bellezze" occupa buona parte di questo primo testo, con l’effetto di scandalo dei primi lettori che ci si può immaginare, e che Bernhard aveva previsto e voluto. Non per nulla egli confessa di aver sempre avuto «la brama morbosa di destare scalpore». Bernhard frequenta il liceo per volere dell’amatissimo nonno, la figura di gran lunga dominante del libro dopo quella dell’autore: lo stesso nonno che però con la sua indipendenza di giudizio e il suo insegnamento costante gli ha reso del tutto impossibile adattarsi a una scuola sentita come «un’istituzione per l’annientamento dello spirito», perché in essa dominano incontrastati meschinità, stupidità, conformismo.
Per salvarsi il giovane prende un giorno «la direzione opposta»: andando a scuola fa dietro front, va all’ufficio di collocamento e si impiega come garzone in una rivendita collocata in uno scantinato alla periferia malfamata della città. «La cantina» è, paradossalmente, un percorso in ascesa. Il giovane impara a lavorare duramente e a comunicare in modo schietto con gente di ogni tipo. Lontano dall’ipocrisia della scuola di élite per la prima volta si sente se stesso. Ma il relativo benessere, conquistato a duro prezzo, durerà poco. Nelle successive stazioni della via Crucis, Il respiro e Il freddo, dominano la malattia e la morte: muoiono l’amato nonno e poi sua madre, con la quale il rapporto è sempre stato conflittuale, e da una grave malattia polmonare egli stesso si salva in extremis, dopo una durissima lotta, grazie alla caparbia decisione di non cedere, di vivere a dispetto di tutto e di tutti, e in primo luogo dell’ottusità dei medici e delle loro "cure".
Eppure per Bernhard «il malato è un veggente», l’ospedale è «il quartiere del pensare»: la malattia, mai del tutto vinta ma alla fine dominata, è parte integrante, se non la principale, della sua formazione di uomo e di scrittore, che con essa si conclude. L’ultimo testo, Un bambino, è un salto all’indietro. Si apre con un’epica fuga, a otto anni, sulla gigantesca bicicletta militare del suo tutore (il marito della madre), allora sotto le armi, e si conclude, circolarmente, con l’arrivo nella città matrigna: «Il nonno si prese la testa fra le mani e disse: per te ho scelto Salisburgo».