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 2011  dicembre 11 Domenica calendario

LE 5 PAGINE MEMORABILI: DENARO

Pesante come l’oro, leggero come uno stormo di banconote, invisibile come i flussi della finanza. Il denaro, nella vita reale e nella letteratura, si trasforma come un’affascinante divinità mitologica. L’avaro di Plauto e quello di Molière nascondono, sospettosi, le loro pentole di monete preziose. I pirati affondano con la cassa del tesoro e Pinocchio seppellisce gli zecchini nel campo dei miracoli. Ma il denaro è anche carta frusciante, refurtiva in una valigia, biglietti da mille che ossessionano il giocatore d’azzardo, un compenso sul comodino della donna perduta. Negli ultimi tre secoli, però, il denaro abbandona spesso e volentieri le sue sembianze fisiche. Scompare ma scorre ovunque, nelle vene e nelle complicate ingegnerie del capitalismo finanziario. Nel 1891 Émile Zola scrisse L’argent («Il denaro»), dove Aristide Saccard, banchiere e speculatore ante litteram, non desidera ammucchiare denaro ma farne sgorgare dappertutto. Finirà divorato dal suo sogno, perché il potere dei soldi, soprattutto di quelli invisibili, non smentisce mai la sua pericolosa tendenza all’esagerazione. Ne sa qualcosa Tommy Wilhelm, eroe minore di Saul Bellow, che brucia in Borsa i suoi ultimi 700 dollari. Ne sa ancora di più Matt Prior, il poeta finanziario in bancarotta di Jess Walter, che si arrovella in un’America giunta al dunque della grande crisi ancora in corso. Da Pinocchio a Matt, allora, ecco cinque pagine memorabili che hanno raccontato le forme e le peripezie del dio denaro.
Collodi, Pinocchio
Gli zecchini d’oro di Pinocchio, regalo di Mangiafuoco per mastro Geppetto, brillano e tintinnano. «Al simpatico suono di quelle monete, la Volpe per un moto involontario, allungò la gamba che pareva rattrappita». La truffa ai danni del burattino di Carlo Collodi (1881) comincia nel segno dell’avaro di Plauto (nascondere il tesoro) e sconfina nel sogno speculativo: Pinocchio non sotterra il capitale per conservarlo, ma per moltiplicarlo all’infinito. Garantiscono il Gatto e la Volpe, consulenti senza scrupoli che lo deruberanno senza difficoltà: «Bisogna sapere che nel Paese dei Barbagianni c’è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro, per esempio, uno zecchino d’oro. Poi ricopri la buca con un po’ di terra, l’annaffi con due secchie d’acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e fiorisce, e, la mattina dopo, di levata, tornando nel campo che cosa trovi? Trovi un bell’albero carico di tanti zecchini d’oro quanti chicchi di grano può avere una bella spiga...».
Dostoevskij, Il giocatore
La passione per il gioco d’azzardo, per i soldi che vanno e vengono dal tavolo verde, è la protagonista de Il giocatore (1866), autobiografico lavoro di Fedor Dostoevskij. Le banconote volano e cadono in diverse scene del romanzo, che venne completato in pochissimi giorni, sotto la minaccia dei creditori e la paura di perdere per nove anni i diritti d’autore dei suoi scritti. La vicenda si svolge in una città tedesca dal nome evocativo, Roulettenburg, dove la bella Polina è venuta per vincere e restituire 50 mila franchi a un ex amante che l’ha umiliata. La donna alla fine si innamora di Aleksej, il giocatore, l’alter ego di Dostoevskij, un precettore che l’ha molto amata, ma che ora riesce a provare sentimenti solo per i dadi. Alla fine sarà lui a ricevere lo schiaffo delle banconote maledette. «Volevo già prendere la mano di Polina, ma ella mi respinse e improvvisamente balzò su dal divano. Il giorno che cominciava era cupo, prima dell’alba aveva piovuto... i 25 mila fiorini, contati fin dalla sera prima stavano sul tavolo, li presi e glieli diedi. "Dunque ormai sono miei? È così? È così?", mi domandava Polina con ira, tenendo il denaro tra le mani. "E sono sempre stati tuoi", dissi. "Ebbene, ecco allora i tuoi 50 mila franchi!". Ella alzò le mani e me li gettò in faccia. Il mazzo di biglietti mi colpì dolorosamente il viso e si sparse per il pavimento».
Jonasson, Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve
Per far partire un’avventura, qualche volta serve un capitale di avviamento pronta cassa. Una botta di fortuna (quasi) senza colpa. E così il mito della valigia piena di soldi piovuta dal cielo resiste anche al tempo della finanza globale. Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve (Bompiani, 2011) è il romanzo d’esordio dello svedese Jonas Jonasson. Narra le gesta di Allan Karlsson, un vecchio che scappa dal ricovero per evitare i festeggiamenti del suo centesimo compleanno. Inseguito dalla polizia e dalle infermiere, sale su un autobus portandosi dietro la valigia che un giovane gli aveva affidato per andare di corsa al gabinetto. Sceso alla prima fermata, nel nulla della campagna svedese, Allan si ritrova ospite di Julius, un altro anziano. È un ladro per caso e non sa che cosa c’è nel baule, da aprire con il suo ospite: «"Tutto ciò che è mio è tuo", replicò Allan. "Dividiamo il bottino in parti uguali, ma se dentro ci sono un paio di scarpe della mia misura le prendo io". Ma la valigia era piena fino all’orlo di banconote da 500 corone. Julius fece un rapido calcolo: dieci file in larghezza, cinque in profondità, quindici mazzi per ogni pila, sicuramente 50 mila corone ogni mazzo... "Se non ho calcolato male sono 37 milioni e mezzo", disse Julius. "Sono soldi, non c’è che dire", commentò Allan». Il denaro mette in moto l’avventura dei due vecchi, anche se Allan non è certo un pantofolaio. Senza soldi e con incredibili espedienti ha già vissuto in prima persona tutta la storia del ventesimo secolo, quel tempo in cui il denaro invisibile prende il sopravvento.
Bellow, La resa dei conti
Tommy Wilheim, il protagonista de La resa dei conti di Saul Bellow (1956), è un Pinocchio adulto e tormentato, che insegue l’agonia dei suoi ultimi soldi sul tabellone sfarfallante di numeri e luci della Borsa merci di Chicago. Ha un padre ricco che non lo vuole aiutare e un’ex moglie arrabbiata. Non lavora perché il suo sogno di fare l’attore è andato in fumo. «Non aver denaro era una vergogna... la gente capiva poco le cose, ma capiva sempre quando si trattava di denaro». La Volpe che lo avvicina è il dottor Tamkin, uno speculatore-psicologo che scommette sulle oscillazioni di prezzo del lardo e del pollame. Ed ecco Tommy che si separa dai suoi 700 dollari con un assegno, altro vestito (oggi fuori moda) dei soldi in via di smaterializzazione: «Dopo una lunga lotta per decidersi gli aveva dato il denaro. Ma non in base a un giudizio razionale. Si era stancato e la decisione non era stata una vera decisione. Come era accaduto? Era cominciata perché Wilheim era maturo per l’errore. Anche il suo matrimonio era avvenuto in quel modo... Così, fin dal momento in cui aveva sentito l’odore della fatalità nel dottor Tamkin, non aveva più saputo tenersi il denaro...».
Walter, La vita finanziaria
dei poeti
Anche la crisi finanziaria in cui nuotiamo oggi è già finita nei romanzi. Quello di Jess Walter celebra il cantore del denaro senza corpo. Il protagonista de La vita finanziaria dei poeti (Guanda, 2011) ha due figli e un prestito per la casa al di sopra delle sue possibilità, una montagna di debiti che tenta di rinegoziare e di rimandare con tutte le sue arti. Matthew Prior è un fantasioso e indisciplinato ingranaggio di quel meccanismo infernale che porterà al disastro dei mutui subprime. Nonostante le difficoltà economiche, si licenzia da un posto fisso per aprire un sito Internet di consigli finanziari in versi. «La poesia di investimento avrebbe attirato i curiosi, avrebbe suscitato l’interesse divertito di giornali e tivù e ciò, di conseguenza, avrebbe aperto la strada al dibattito letterario sulla cosa su cui la maggior parte di noi passa giorni interi a riflettere: i soldi». L’idea non funziona e il poeta cerca di salvarsi in modo ancora più disastroso, vendendo marijuana ai colleghi che ancora hanno un lavoro. La bancarotta è assicurata, il finale quasi catartico: «Seduti in un centro commerciale dove sto cercando, con umiltà, di riconquistare la mia bella moglie, mentre i nostri figli guardano un film pagato con i venti dollari che ho impiegato tre mesi a risparmiare, ci litighiamo un unico cono gelato. Forse, in un certo senso, dovremmo star meglio adesso, senza tutti i pesi e gli obblighi e i debiti della classe media... No, le nostre cose ci mancano. Ma abbiamo le tasche. E io e Lisa... siamo sempre noi».
GIuditta Marvelli