Corrado Ocone, la Lettura (Corriere della Sera) 11/12/2011, 11 dicembre 2011
ANCHE L’ONORE E’ PERDUTO
La scena del film è nota, appartiene all’immaginario pubblico italiano. Siamo su un treno e Totò si ritrova come compagno di viaggio un signore compunto, un «onorevole», come tiene a precisare. Al che il comico napoletano, dopo aver mostrato con la mimica facciale tutta la sua diffidenza, se ne esce con l’esclamazione: «Ma mi faccia il piacere!». La scenetta si regge sul gioco di parole: onorevole è chi dovrebbe essere degno di rispetto e onore, non chi ricopre una carica. Eppure, questa doppia valenza semantica del termine onore è presente da sempre. Il filosofo di Yale Stephen Darwall ha distinto il «rispetto da apprezzamento» dal «rispetto da riconoscimento»: il primo è quello che si deve a chiunque eccelle in un campo; il secondo invece ci porta a «riconoscere» nell’altro una qualità umana in quanto tale. Chi non è degno di tale rispetto, diciamo pure dell’onore, non è propriamente un uomo. L’onore perciò lo si concede, ma lo si può anche sempre togliere. E il processo che ci porta a riconoscerlo nell’altro è lo stesso che pretendiamo che gli altri mettano in opera con noi.
Il riconoscimento, ci ha insegnato Hegel, non è qualcosa che si dà per una semplice adesione morale dell’animo, ma lo si conquista attraverso una lotta acerrima in cui ognuno, per essere ritenuto degno della comune umanità, mette in gioco persino la vita. Tuttavia è proprio questo elemento della conflittualità, della lotta, del radicamento di ogni etica nei rapporti di forza, che sembra mancare ad alcuni studiosi, rendendo di fatto i loro propositi morali astrattamente retorici e impotenti praticamente: un elenco di pie intenzioni che poco fanno i conti con la storia e con la natura dell’uomo, col suo essere un «legno storto».
È il caso ad esempio di Maurizio Viroli, autore di un fortunato libro su La libertà dei servi (Laterza). La sua critica al servilismo e la difesa dell’onore che deriva dall’adempiere ai propri doveri morali si scontra infatti in lui con i limiti strutturali di ogni giacobinismo, per quanto «mite»: una divisione del mondo in buoni (i pochi) e immorali (i molti); una pericolosa autocertificazione di sé e del proprio gruppo come la parte sana della società. «Le persone che hanno i necessari requisiti morali e intellettuali sono poche», egli scrive, non chiedendosi però chi e con quale diritto stabilisca questi requisiti. È chiaro comunque come Viroli, contravvenendo al principio morale dell’umiltà, ritenga di appartenere ai migliori, non esitando ad ergersi a giudice e censore di quegli italiani, la maggioranza, che sono vittime «di una secolare debolezza morale». La sua è una strategia retorica vincente. Tanto più che, dimentico anche del monito weberiano di non fare politica dalla cattedra, egli sa come compiacere il suo lettore: l’edizione americana del libro, appena uscita per i tipi dell’Università di Princeton, è significativamente intitolata L’Italia di Berlusconi.
Non c’è dubbio che la retorica liberal di una studiosa affermata come Martha Nussbaum, le cui analisi sono ricche di istruttivi riferimenti classici, sia più raffinata. Per combattere le false concezioni dell’onore che ancora discriminano gruppi come le donne o gli omosessuali, ella si richiama alla teoria dei diritti umani e individua nell’educazione la chiave per migliorare il mondo. È un vecchio ideale illuministico, che rischia tuttavia di rimanere vuoto se non si radica in una consapevolezza politica di ampia portata, in una capacità della democrazia occidentale di fare i conti con le forze storiche e con le tradizioni degli altri popoli. Non per imporre il proprio astratto modello, ma per orientare in senso accettabile le direttrici del loro sviluppo.
Una capacità di guardare storicamente alle questioni, e anche di comprendere l’importanza dei codici sociali operanti nelle diverse società, la si trova nel bel libro di Kwame Antony Appiah Il codice d’onore. Come cambia la morale, appena uscito da Raffaello Cortina. Esaminando la fine del duello in Inghilterra, l’abbandono della fasciatura dei piedi femminili in Cina e l’abolizione dello schiavismo in America, Appiah, docente a Princeton, ci mostra come anche la morale può subire cambiamenti rivoluzionari: ciò che era motivo di orgoglio e di onore può convertirsi rapidamente nell’opposto ed essere considerato un’usanza barbara quando un nuovo paradigma irrompe nella società. Il pericolo del relativismo storico è da Appiah scansato con la constatazione del fatto che le «rivoluzioni morali» si poggiano su elementi preesistenti: prima che i duelli fossero aboliti nell’Inghilterra dell’Ottocento, il cristianesimo li considerava già disumani da vari secoli e ogni gentiluomo si trovava a scegliere continuamente fra due diversi codici morali.
Seppure in controluce, il libro di Appiah lascia emergere una serie di questioni: le nostre società occidentali stanno forse perdendo il senso e il gusto dell’onore? Non si è per caso inceppato quel meccanismo della sanzione sociale che genera vergogna negli individui rendendo disonorevole ogni comportamento non adeguato? Che forza abbiamo nei confronti delle altre culture, se non crediamo più fortemente nei presupposti morali della nostra? Il filosofo politico israeliano Avishai Margalit richiama da anni i suoi colleghi alla necessità di occuparsi non solo di «teoria della giustizia», ma anche della «decenza». E si mostra anche consapevole che bisogna farlo senza stabilire canoni normativi troppo rigidi, che generano conformismo. Non si può tuttavia non rilevare infine il paradosso in cui ci è dato vivere: una società senza libertà non è decente, ma indecente è anche una società senza senso dell’onore. E cioè senza quel senso del limite che, in qualche modo, è connaturato alla stessa idea di libertà.
Corrado Ocone