Stefano Bucci, Corriere della Sera 11/12/2011, 11 dicembre 2011
IL RIFLESSO DEI SOGNI NELLO SPECCHIO DI UN ROMANZO
Il rischio maggiore, parlando di Antoine de Saint-Exupéry (padre-fratello-inventore del Piccolo Principe) è in fondo quello dell’elegia, della celebrazione mielosa, della lacrima che si affaccia pericolosa dal ciglio già inumidito (difficile resistere, anche da adulti, davanti al nostro eroe che si appresta a tornare dalla sua piccola rosa molto vanitosa con tanto di pecora, scatola e museruola). Ed è, allora, meglio partire dal fenomeno editoriale, dal bestseller senza tempo e senza età universalmente considerato uno dei libri più celebri del XX secolo: quello, insomma, capace di aver venduto finora 140 milioni di copie in tutto il mondo e di essere stato tradotto in almeno 220 lingue (due milioni le copie acquistate in Italia soltanto nel 2000; in media 200 mila all’anno nell’edizione tascabile). Una storia minimalista nell’impianto e nella forma (anche letteraria) di cui si continuano a sfornare versioni aggiornate (fumetti, cartoons inclusi), destinate comunque a lasciare sempre intatto il contenuto (considerato eterno e quindi intoccabile).
Per il resto la storia di Antoine (nato a Lione il 29 giugno 1900 da una famiglia aristocratica e morto nel cielo della Corsica il 31 luglio 1944 quando il suo aereo venne abbattuto da un caccia tedesco) è tutta nelle sue (in fondo non tantissime) parole: quelle dei suoi libri («Cittadella», «Pilota di guerra») ma anche quelle che lui stesso sembra aver volutamente disperso tra manoscritti, brogliacci, lettere più o meno d’amore (a Louise, a Nelly o alla moglie Consuelo che Man Ray avrebbe ritratto nel 1937 per la sua serie «Moda al Congo»), disegnini, schizzi, appunti e frammenti vari. Definitiva testimonianza di come scrittore e personaggio siano, soprattutto nel caso del «Piccolo Principe», un’unica realtà (seguendo proprio questa teoria è nata la bella biografia di Jean-Pierre Guéno, «I ricordi del Piccolo Principe», appena pubblicata da Bompiani, con le illustrazioni e la grafica di Jerome Pecnard).
Dunque, scrittore-libro-personaggio: una vera e propria trinità laica dove tutto da sempre ruota attorno a un piccolo volumetto dalle grandi verità (tipo «Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi») che Antoine scrisse a Long Island, Usa e che pubblicò il 6 aprile 1943, prima in inglese (per l’editore Reynold & Hitchcock) e solo più tardi in francese. Per molti, una sorta di educazione sentimentale per adulti e non (inizialmente dedicata all’amico Léon Werth «da bambino») che l’autore volle lui stesso illustrare (quelle stesse illustrazioni, infantili e misteriose, che ancora adesso fanno da corollario alla maggior parte delle edizioni in libreria). Parole e immagini, dunque, a perfetta misura del vecchio re solitario, dell’ubriacone, del pigro, del vanitoso e naturalmente del piccolo pilota sperduto nel deserto del Sahara.
Oltre l’universo del Piccolo Principe, la vita (e la leggenda) del terzo dei cinque figli (Marie Madeleine, Simone, Antoine, Francois e Gabrielle) del visconte Jean de Saint-Exupéry (che sarebbe tragicamente morto per ictus quando Antoine aveva solo quattro anni) e di Marie Boyer de Fonscolombe (pittrice dilettante ma non senza talento) rimane ancora oggi insondabile e spesso confuso. Come quello nascosto (è sempre Antoine a scriverlo in una lettera all’amica Rinette) «nel grande baule che possiedo a Saint Maurice, in quel baule in cui da quando avevo sette anni inabisso i miei progetti di tragedie, le lettere che ricevo, le mie fotografie». Insomma: «tutto quello che amo, che penso, che amo ricordare è lì dentro».
La storia del Piccolo Principe è dunque solo la proiezione di quello che Antoine de Saint-Exupéry è stato (il collegio, i legami strettissimi con la famiglia, la guerra appena sfiorata, gli amori tormentati, la lontananza dalla sua terra lasciata per l’America). Ma a dare l’esatta dimensione del mito (non solo letterario) davvero senza tempo c’è il continuo corteggiamento di Antoine con la morte (quasi alla maniera di James Dean): «La morte segnerà la sua vita molto presto — scrive Guéno — prima il padre, poi il nonno, lo zio, il fratello, la sorella. Una serie di lacerazioni che saranno il preludio alla dipartita di tanti suoi compagni». E alla sua (stessa) tragica fine. Ma per evitare ancora una volta il pericolo della lacrima che si affaccia al ciglio conviene tornare ancora una volta all’immagine di quell’eterno fanciullo così somigliante alla sua creatura letteraria («Siccome sono fuori dal gioco, non ho mai detto agli adulti che non appartenevo al loro ambiente e ho nascosto che avevo sempre cinque o sei anni in fondo al cuore»). Quello che gioca con i fratelli sulla spiaggia di Carnac: un piccolo traghettatore di stelle a cui «piaceva regnare — sono parole rubate ai suoi "Taccuini" — su un regno continuamente in disordine». Come un eterno bambino.
Stefano Bucci