Massimo Gaggi, Corriere della Sera 11/12/2011, 11 dicembre 2011
L’INEVITABILE FALLIMENTO
Degli attuali membri del G7, nel 2050 (cioè tra meno di 40 anni), solo gli Stati Uniti figureranno ancora nel «club dei ricchi». Gli altri — non solo l’Italia, ma anche Germania e Giappone — spariranno dai primi posti della «hit parade» del Pil, sostituiti da Cina, India, Brasile, Messico, Russia e Indonesia. Queste proiezioni, contenute nei modelli di analisi sulla possibile evoluzione delle relazioni internazionali nel mondo «post G7» che sono state discusse in questi giorni a Washington dagli esperti del Carnegie Endowment for International Peace e del World Economic Forum, aiutano a capire perché quello della conferenza di Durban sull’ambiente era un insuccesso inevitabile. Forse è perfino ingiusto parlare di fallimento, perché fin dall’inizio nessuno si era fatto illusioni: e infatti ieri sera, con molti delegati che avevano già abbandonato i lavori e la presidenza sudafricana che continuava a procrastinarne la chiusura nella speranza di far passare in extremis almeno un compromesso «a maglie larghe», i siti internazionali si riempivano di titoli fantasiosi come «Fallimento promettente» o «Verso l’accordo, ma in un vicolo cieco». I motivi per cui quello di Durban è stato più un megaconvegno sulle sfide che attendono il genere umano che un vero negoziato sono almeno tre. Intanto un problema di merito: si è discusso di quello che accadrà a metà del XXI secolo (anche se arrivasse un vero accordo, non ci sarebbe nessuna possibilità di attuarlo prima del 2020), ma restando ben ancorati a regole, vincoli e strumenti del Novecento. Cioè il protocollo di Kyoto: un accordo che vincola solo i Paesi industrializzati lasciando mani libere a quelli in via di sviluppo, a partire dalla Cina. Che però, nel frattempo, ha superato anche gli Usa per emissione di «gas serra» e tra qualche anno sarà prima anche in termini di Pil. Insomma uno schema che già oggi non sta in piedi e che anno dopo anno diventerà sempre più insostenibile. A Durban, dopo un lungo braccio di ferro, l’India è parsa disposta a qualche piccola concessione, mentre la Cina, che aveva sorpreso con qualche apertura, l’ha poi vanificata, proiettandola in un futuro remoto. In secondo luogo le burocrazie ambientali dell’Onu e dei governi non rappresentano il «capitale umano» più adatto a definire accordi destinati a condizionare il futuro economico dei Paesi e quindi anche l’avvenire politico delle loro classi dirigenti. Ci sono problemi di competenza, ma anche di caratura politica: raramente i ministri dell’Ambiente hanno un peso rilevante nei rispettivi governi. Ma, soprattutto, a Durban è emerso un formidabile problema di metodo che non riguarda solo i temi ecologici. Il multilateralismo spinto non funziona: mettere d’accordo su tematiche molto complesse 194 Paesi che hanno interessi molto diversi, al di là della comune desiderio di non uccidere il pianeta, è impresa quasi impossibile. Forse è meglio puntare su intese più limitate che impegnino gruppi ristretti di Paesi o di aziende leader delle nuove tecnologie energetiche. Sapendo che anche la formula magica del G20, che tante speranze aveva suscitato solo due anni fa, sta già mostrando la corda.
Massimo Gaggi