Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 11 Domenica calendario

ANGELA E LA FOTO IN CATENE COME IN UNA VIA CRUCIS

Angela Casella, la madre di Cesare, il ragazzo pavese rapito dalla ’ndrangheta e tenuto prigioniero in un buco sottoterra per oltre due anni — settecentotrentaquattro giorni contati — l’avevamo conosciuta così, ventidue anni fa: con la catena stretta intorno al collo e ai piedi, legata a una cabina telefonica nella piazza di Platì, cuore della Calabria, con il viso lungo e affilato segnato da profonde occhiaie nere, i capelli raccolti alla bell’e meglio, lo sguardo scuro, non si sa se di minaccia o di disperazione. Ora è morta ma quel suo ritratto di mater dolorosa che da Pavia era scesa al Sud, e, come nelle fermate di una via crucis, aveva percorso tutte le cittadelle consacrate del crimine calabrese per invocare la liberazione del figlio, è rimasta nei nostri occhi oltre che nella storia del Paese.
Voleva toccare il cuore delle donne calabresi, di alcune di loro in particolare, mogli, madri, sorelle e figlie degli uomini che da un anno e mezzo tenevano prigioniero il figlio suo, i quali, pur essendo già stati pagati, ancora mercanteggiavano sul prezzo della carne umana che tenevano nascosta come se fosse stata carne di coniglio o di porco. Per quel che ne sappiamo invano Angela Casella si incatenò, invano supplicò, invano andò di piazza in piazza con il suo viso di madonna corrucciata. I mariti, i fratelli, i padri e i figli di quelle donne conclusero il loro mercato con tutta calma, oltre sei mesi dopo, quando decisero che era tempo di tirare fuori la preda dalla tana sotterranea. Per quel che ne sappiamo.
In realtà può anche essere che nel segreto di una famiglia, nel chiuso di una casa, una di quelle donne, commossa dalla disperazione di Angela, non più ricca signora del nord bensì soltanto mamma privata del figlio, abbia sussurrato una parola che ha impedito — chissà — una più facile e più discreta conclusione dell’affare, con l’eliminazione radicale dell’ostaggio.
Isabella Bossi Fedrigotti