Donatella Stasio, Il Sole 24 Ore 11/12/2011, 11 dicembre 2011
«SERVE UNA SUPERPROCURA ANTIEVASIONE»
Una Superprocura contro l’evasione fiscale "criminale". Non la chiama proprio così Nello Rossi, Procuratore aggiunto a Roma e responsabile del pool sulla criminalità finanziaria, perché non ama i superlativi. Ma al di là del nome è convinto che sia giunto il momento di creare un raccordo strutturale tra gli uffici inquirenti impegnati nel contrasto alla "grande evasione" sanzionata penalmente. «Finora si è andati in ordine sparso e lo spontaneismo non basta: occorrono più intensi contatti tra le Procure e una struttura centrale che analizzi i fenomeni ricorrenti e le prassi criminali, oltre che i singoli attori», osserva in quest’intervista al Sole 24 ore, in cui fa il punto sulla lotta all’evasione fiscale. Partendo però da un dato di fondo: «Il clima culturale e politico sta cambiando e questo mutamento può avere effetti sorprendenti o, comunque, importanti».
Signor Procuratore, il clima è cambiato perché è cambiato il governo e si fa sul serio o perché la gente non ce la fa più?
Per amore di verità va detto che già con la manovra economica del governo Berlusconi c’è stato un inasprimento nel contrasto dell’evasione, con l’abbassamento delle soglie di imposte evase oltre le quali scatta la sanzione penale e con un allungamento dei termini di prescrizione per i reati tributari. Però, fino a qualche mese fa si assisteva ancora al malcelato elogio dell’evasione e all’apprezzamento del "sommerso" come risorsa del Paese. Oggi questo non è più proponibile. Ci attende un lungo inverno economico e la coperta sociale è diventata troppo stretta; sempre più gente rimane al freddo e non è più disposta ad essere compiacente o tollerante verso l’evasione fiscale. Si percepisce più immediatamente che l’evasione minuta, capillare, è una forma di parassitismo sociale mentre la grande evasione, quella "criminale", è molto di più: una realtà corruttrice e distruttrice di ricchezza collettiva.
Com’è stato possibile giungere alle cifre enormi dell’evasione e dell’elusione fiscale e contributiva, stimate in 120 miliardi, di cui oltre 40 imputabili all’Iva?
Il nostro Stato, dal punto di vista fiscale, è spesso esoso ma anche miope e lento nel mettersi in moto nei confronti di chi si inabissa nella palude dell’evasione. Ed è su questa lentezza che l’evasione criminale gioca molte delle sue carte.
Qualche esempio ricavato dall’esperienza sul campo?
La casistica giudiziaria rivela una serie di strumenti truffaldini, sofisticati e veloci, usati dalla criminalità economica per prendere sistematicamente in contropiede lo Stato. Si pensi al caso delle "cartiere", che rilasciano fatture per operazioni economiche mai avvenute. Alcune di esse sono "solo" soggetti compiacenti che aiutano altre società a creare passività fittizie da detrarre fiscalmente o fondi neri, extrabilancio. Altre sono vere e proprie società fantasma, amministrate da prestanomi, senza personale né contabilità. Soggetti interposti che comprano all’estero e rivendono in Italia senza versare l’Iva, anche se talvolta presentano la dichiarazione, e che consentono all’acquirente finale di comprare la merce con un notevole abbattimento dei costi. In definitiva, fragili vascelli destinati a un repentino naufragio dopo aver consentito una massiccia evasione fiscale e vantaggi illeciti rispetto ai concorrenti.
Un altro strumento utilizzato è la "bancarotta tributaria"?
Esatto. Un’impresa in difficoltà sceglie deliberatamente la prospettiva del fallimento e attua un doppio meccanismo: viene svuotata degli asset positivi, restando gravata dei soli oneri tributari e contributivi. Il fallimento coinciderà con la rinascita di una diversa impresa, con il nucleo dei beni distratti che ritornano, dopo tortuosi trasferimenti, nelle mani degli originari proprietari. In questi casi, se lo Stato reagisce con lentezza si rischia di arrivare quando la ricchezza da tassare è già stata abilmente occultata.
Persino Paul Valéry in questi casi rinuncerebbe a fare l’elogio della lentezza.
Certo in questo campo non vale il suo consiglio di riporre nel cassetto le questioni spinose per far lievitare le risposte. Altrimenti accade come all’Inps, spesso vittima dei suoi lenti riflessi. Giorni fa, a Roma, sono stati arrestati un curatore fallimentare e un avvocato che avevano inventato un fantasioso marchingegno: i giudici fallimentari liquidavano regolarmente all’Inps, creditore privilegiato, le somme ricavate da fallimenti e il curatore spediva gli assegni a una casella postata e a un conto corrente bancario intestati, sì, all’Inps, ma inteso come "Insegnamento nella partecipazione sindacale". Stesso acronimo Inps, appunto. Questo sistema ha fruttato 2 milioni e 700mila euro, e l’ultimo ad accorgersene è stato il vero Inps.
Dalla mappa dell’Anagrafe tributaria per valutare l’impatto della patrimoniale sul lusso, riportata dal Sole 24 ore, risulta che 42mila contribuenti con un reddito inferiore a 20mila euro hanno una barca superiore a 10,1 metri, in 518 casi hanno anche un aereo o un elicottero, e 188mila cittadini con un reddito minimo possiedono auto di lusso. Tutti ciechi di fronte a questi super evasori?
I poveri di lusso sono un paradosso tutto italiano. I segni inequivoci della loro ricchezza sono stati sotto gli occhi di tutti tranne che per il Fisco, che pure, come si vede, era in grado di conoscerli. Far emergere fiscalmente questa ricchezza e tassarla è in sé un atto di equità ed è la premessa di accertamenti complessivi più rapidi e veritieri.
Il decreto del governo Monti va nella giusta direzione?
Sicuramente sì: avvia un’operazione di trasparenza e di verità, diretta a far emergere la "base imponibile" e a sanzionare severamente i furbi. Lo fa potenziando i flussi di informazioni finanziarie che confluiscono all’Agenzia delle Entrate; limitando l’uso del contante e quindi aumentando la tracciabilità; accendendo un faro sui beni di lusso; sanzionando penalmente le dichiarazioni mendaci o gli atti falsi presentati al fisco.
È l’anticamera di uno Stato di polizia tributaria?
Non vedo questo pericolo. È la creazione di condizioni di trasparenza in un settore dove si hanno poche ragioni per invocare la privacy. A patto, naturalmente, che i dati raccolti siano usati solo per il contrasto dell’evasione.
Riepilogando: il clima è finalmente cambiato, il governo si sta muovendo bene ma lo Stato dev’essere più attento e tempestivo. E sul fronte della repressione penale?
Se il sommerso verrà portato alla luce grazie a un’opera di buona amministrazione ordinaria, il magistrato penale potrà concentrarsi sui fenomeni più gravi e sui meccanismi più insidiosi. Spesso le più grosse evasioni si fanno mediante reati non direttamente tributari, ma con altri, come la bancarotta, divenuta il veicolo più frequente di aggiramento del fisco per enormi somme. Ma manca un tassello...
Quale?
È indispensabile mettere in comune le esperienze e dar vita a forme di raccordo, orizzontale o verticale, tra gli inquirenti. La Guardia di finanza ha creato strutture di assoluta eccellenza in questo campo, ma anche gli uffici inquirenti che si avvalgono della sua opera devono maturare una visione d’insieme dei fenomeni criminali mettendo a confronto e in comune esperienze investigative e linee di azione. Come si è fatto con la mafia e il terrorismo.
Quindi occorre una sorta di Superprocura antievasione?
Sì, anche se non mi piace chiamarla così. In tempi di crisi la grande criminalità economica - in sé e nei suoi intrecci con la criminalità organizzata - è un enorme pericolo per l’economia e la società. Ad un nuovo clima politico e culturale deve quindi corrispondere una risposta dello Stato anche sul piano dell’organizzazione dell’intervento repressivo.