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 2011  dicembre 10 Sabato calendario

ECCO L’ALTRA LEGA

Il leghista pentito si chiama Leonardo Facco. È stato caporedattore della Padania e un sostenitore convinto di Umberto Bossi finché non ha sentito puzza di bruciato e ha sbattuto la porta. Ha scritto un libro, Umberto Magno, pubblicato da Aliberti, un editore di Parma, città dove la Lega ha sfondato alle ultime elezioni salvo poi venire travolta dal crollo della giunta di centrodestra guidata da Pietro Vignali, dimissionato dopo una lunga serie di scandali che hanno coinvolto assessori, tecnici comunali, imprenditori, perfino vigili urbani.

Facco è venuto nella città rossa, Bologna, a spiegare che il Pd sbaglierebbe se incominciasse a corteggiare la Lega, pur di allontanarla da Silvio Berlusconi. Il Carroccio, secondo l’ex-leghista, è sul viale del tramonto e la catastrofe del quarto governo Berlusconi, così fortemente sostenuto da Bossi, ne affretterà la crisi. Quindi meglio per il Pd tenersi a distanza e magari meditare sul successo che ebbe la Lega per intercettare quegli elettori che oggi stanno fuggendo da Bossi senza una mèta a cui approdare.

La libreria è stracolma e attenta, vi sono cinquestellini e piddini venuti ad ascoltare il racconto di uno che c’era e che conosce dall’interno un movimento che fu anche invidiato per l’exploit dei consensi ma nelle ultime file siedono pure dirigenti di secondo livello del Pdl locale, quelli che in questi giorni subiscono il crucifige leghista per l’appoggio al governo di Mario Monti.

Doveva esserci anche Manes Bernardini, consigliere regionale e comunale della Lega, colui che sfidò a capo della coalizione di centrodestra, con non pochi maldipancia dei pidiellini, il candidato sindaco Virginio Merola. Ma dopo avere detto sì ci ha ripensato e il suo posto è vuoto.

Facco va dritto al cuore della Lega: «Il Bossi, nemico giurato del clientelismo ha sistemato il fratello Franco e il figlio Riccardo (avuto dalla prima moglie) al parlamento europeo, come assistenti degli onorevoli leghisti. Inoltre, Bossi odiava i soldi pubblici ed i boiardi di Stato? Oggi, il Carroccio è un’idrovora assetata di denari dei contribuenti e lottizza tutto ciò che è lottizzabile. Infine i crac delle cooperative padane, del villaggio in Croazia e della banca padana rappresentano l’emblema del modo di fare politica del lumbard».

Facco sostiene che l’asse del Nord non è altro che un accordo economico siglato di fronte a un notaio dal Cavaliere e dal Senatùr nel gennaio del 2000, l’anno prima dalle elezioni politiche del 2001. «Gigi Moncalvo», dice Facco, «lo aveva spiegato a Lucia Annunziata durante la trasmissione In mezz’ora, ma l’intervista non andò in onda, forse perché Enrico Letta stava cercando di stringere un accordo con la Lega per far cadere Berlusconi».

L’accordo economico, secondo l’ex-giornalista della Padania, comprese anche la cessione del simbolo di Alberto da Giussano, come indica un documento datato 28 giugno 2000, quando l’amministratore di Forza Italia garantì presso la banca di Roma una fideiussione di 2 miliardi di vecchie lire a favore del Movimento politico padano. Nel documento, tra le clausole vi è la disposizione per la banca di far credito al Carroccio senza speciali autorizzazioni.

«Giovanni Dell’Elce, allora amministratore di Forza Italia», spiega Facco, «firmò una pagina in cui c’era scritto di consegnare 2 miliardi al movimento politico Lega Nord. Il che dimostra che Berlusconi ha assistito economicamente la Lega in un momento molto delicato per le casse del partito. L’anno non è casuale, era il 2000 e il movimento si trovava sull’orlo della bancarotta. La Lega aveva appoggiato il referendum proposto dai radicali contro il finanziamento pubblico ai partiti, che passò. In quel momento si bloccarono le entrate del finanziamento pubblico. Famiglia Cristiana parlò di 70 miliardi di lire di deficit e questa sarebbe la quantità di denaro, in totale, che sarebbe stata versata da Berlusconi a Bossi per saldare tutti i buchi di bilancio. Ci sono una serie di indizi in questo senso».

Continua l’autore di Umberto Magno: «Stavo in redazione al giornale e vedevo alcuni colleghi della redazione politica partire in missione per andare a incontrare gli esponenti di Forza Italia. Non incontravano solo Tremonti, ma anche Aldo Brancher, l’anima nera legata a Calderoli, l’uomo che ha riavvicinato Bossi a Berlusconi per quel patto firmato dal notaio. Brancher non fu nominato per caso ministro per l’applicazione del federalismo. Era una cosa studiata. In quel momento partiva il processo Antonveneta nel quale Brancher era imputato, vicenda che ha a che vedere con Gianpiero Fiorani e i giri di Credieuronord. Quando fu costretto a dimettersi da ministro chiese il rito abbreviato e fu condannato con sentenza definitiva. Ma Brancher ha evitato la pena e ha impedito anche che alla sbarra andassero altri testimoni, come Roberto Calderoli».

Il quadro leghista dipinto dal militante pentito ha colori cupi. In attesa delle reazioni del Carroccio sono i grillini a saltare sul carro di Facco: «la Lega», scrive Beppe Grillo sul suo blog, «odiava Roma ed è attaccata alle mammelle di Roma come e più di un Clemente Mastella qualsiasi. Era contro la mafia e si è alleata con Marcello Dell’Utri (Berlusconi è solo una controfigura). Ha tuonato contro i terùn e ora la Lombardia è un feudo della ’ndrangheta. Era per la riduzione delle tasse e abbiamo la tassazione più alta d’Europa_In confronto Pier Ferdinando Casini è un uomo di parola, Domenico Scilipoti una persona di coerenza cristallina, Walter Veltroni un condottiero».

Dal racconto di Facco, la Lega Nord esce con i contorni di una formazione politica a conduzione familista, con un delfino designato, Renzo il Trota, la seconda moglie, Manuela Marrone, matrona silenziosa e potente che detta le regole del gioco, Rosi Mauro e Marco Reguzzoni, plenipotenziari sul territorio.

«La Lega» dice Facco «è condotta da chi, dopo la malattia di Bossi, gli si è stretto attorno e si tratta soprattutto di due persone e sono la seconda moglie Manuela Marrone e quella che tutti quanti indistintamente negli ambienti chiamano la “badante”, Rosi Mauro, vicepresidente del Senato. È attorno a questa piccola corte che oggi si cerca di utilizzare Bossi come immagine per far vedere che è sempre lui il capo. Ma le trame che stanno dietro sono ben altre: la corrente che fa capo alla moglie di Bossi e Reguzzoni e quella che fa capo a Maroni e Giorgetti si stanno scannando sotto traccia. Renzo Bossi è solo un feticcio. Ad oggi, nessuno lo contesta perché è il figlio del capo, voluto lì dal capo. Il giorno in cui suo padre non ci sarà più, lo prenderanno a calci nel sedere».

Facco ha in mano documenti sulla vicenda delle coop padane, nate a Milano e tenute a battesimo da Calderoli che poi si è defilato, il buco è stato di 10 milioni di lire, persi dai militanti leghisti, e sulle quote-latte: «Il problema va analizzato guardando ai due processi, in corso a Saluzzo e Pordenone, che vedono coinvolto l’ex senatore leghista Giovanni Robusti, il quale è stato già condannato in primo grado in entrambe le sedi, ma per il quale a Saluzzo è stata richiesta una pena doppia in appello. La vicenda, intricata, riguarda proprio la malversazione di fondi pubblici europei che avevano a che fare anche con le quote latte e, addirittura, un eventuale legame fra questi soldi e la famosa banca padana (la Credieuronord). La vicenda è politicamente molto scomoda per la Lega e non è un caso che l’arrivo di Roberto Cota alla presidenza della Regione Piemonte abbia significato l’abbandono della costituzione di parte civile della Regione stessa, che da questa vicenda potrebbe averci perso qualcosa come 200 milioni di euro».