Edoardo Narduzzi, Italia Oggi 12/10/2011, 12 ottobre 2011
I PAESI PIGS HANNO L’IVA AL MASSIMO
Il nuovo governo italiano ne ha appena annunciato l’aumento a partire dal primo ottobre 2012, mentre quello irlandese ha già detto che il suo rincaro scatterà alla mezzanotte del prossimo primo gennaio. Grecia e Portogallo, invece, sono state costrette da mesi ad elevare al 23% la loro aliquota Iva più alta.
Negli ultimi tempi, la crisi dell’eurozona ha fatto nascere un nuovo club tra i cosiddetti Pigs, perché li ha tutti costretti ad elevare la loro imposta nazionale sul valore aggiunto verso la soglia massima prevista dalle direttive europee, quella pari al 25%.
Solo la Spagna, per il momento, non ha ancora dovuto prendere questa decisione e la sua aliquota massima è ferma al 18%, ma presto anche Madrid alle prese con una situazione altrettanto complessa potrebbe essere costretta a fare altrettanto.
L’Europa a 27 è un mercato commercialmente integrato con libera mobilità dei capitali, delle persone e delle merci, ma ha anche dei differenziali, sarebbe meglio dire degli spread, fiscali che poco c’entrano con l’ottimale funzionamento di un mercato unico. Soprattutto se questi spread riguardano le imposte sulla produzione e lo scambio dei beni e dei servizi, quelle che dovrebbero essere le più omogenee possibili tra i vari stati.
Ed invece la crisi dell’euro ha dato vita ad una atipica Lady Spread anche in materia tributaria. I paesi più esposti alle vendite internazionali dei loro titoli di stato ed al conseguente allargamento dello spread tra il Bund decennale ed i rispettivi titoli pubblici, sono anche quelli che hanno subito la più forte divaricazione del differenziale dell’Iva.
Spread fiscali poco sostenibili nel medio termine al pari di quelli finanziari, perché contribuiscono ad ampliare il differenziale inflazionistico tra i diversi paesi dell’eurozona e, conseguentemente, riducono ancora di più la competitività dei paesi meno forti. Uno dei tanti paradossi dell’euro sintetico al servizio dei soli interessi economici della Germania.
I paesi meno competitivi sono costretti a convivere con aspettative inflazionistiche più elevate di quelle dei paesi considerati core dell’euro perché tripla A e, così facendo, vengono condannati ad una spirale ribassista: più Iva comporta più inflazione che, non potendo essere assorbita dalla svalutazione del cambio nazionale, si traduce o in minori rendimenti netti sul capitale investito, quindi ad un deflusso netto dei capitali, oppure in minore competitività delle merci e dei servizi prodotti ed esportati. Una spirale recessionista autoconsistente nella sua lucida follia.
Così nell’eurozona i paesi tripla A, come la Germania o l’Olanda, rimangono con una aliquota Iva massima al 19% o al 19,6% come nel caso della Francia, mentre quelli ripetutamente downgradati dalle agenzie di rating navigano verso quota 25% e già accusano uno spread fiscale di 400 punti base. Non dissimile nei numeri da quello tra i titoli di stato decennali.
E, mentre questo film economicamente assurdo si svolge sotto gli occhi del mondo, a Berlino continuano soltanto a chiedere più austerità e rigore di bilancio. Niente e nulla riesce a far capire ai tedeschi che una moneta unica ed un’unica zona di libero scambio commerciale non possono resistere e tenere se sono esposte a differenziali così estremi su tutti fronti, da quello finanziario a quello fiscale.
Gli arbitraggi diventano permanenti ed alla fine i paesi che vivono l’euro sempre più come una valuta estera saranno costretti ad optare per soluzioni valutarie alternative.
Perché, se è vero che da sempre i paesi scandinavi della Eu come la Svezia e la Danimarca (che però sono fuori dall’euro) hanno optato per l’aliquota Iva la più alta possibile fissandola al 25% (anche la Norvegia che non è nell’Unione ha l’Iva al massimo), è altrettanto vero che questa scelta è stata fatta all’inizio degli anni novanta all’interno di una quadro compiuto di politica fiscale per ridurre il prelievo sui fattori della produzione costringendo tutta la struttura economica ad adeguarsi all’Iva al 25% una volta per sempre.
Nel caso dei Pigs dell’eurozona, invece, l’Iva al 23% è una scelta necessitata, imposta dall’emergenza ed in nulla coerente con la loro situazione competitiva e con il loro posizionamento nella moneta unica. In realtà il nuovo spread fiscale segnala più semplicemente la follia complessiva nella quale è sprofondata da mesi la politica economica del Vecchio continente.