Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 12 Lunedì calendario

fare http://affaritaliani.libero.it/cronache/padova-imprenditore-edile-si-uccide121211.html **** Imprenditore si uccide, le lacrime della figlia: «Vado avanti, lo faccio per lui» Schiavon era creditore di molti enti pubblici

fare http://affaritaliani.libero.it/cronache/padova-imprenditore-edile-si-uccide121211.html **** Imprenditore si uccide, le lacrime della figlia: «Vado avanti, lo faccio per lui» Schiavon era creditore di molti enti pubblici. Flavia: «Ho pulito il suo sangue, ora lo Stato si metta la mano sulla coscienza» PADOVA - Ha voluto sistemare e pulire, lei, da sola, l’ufficio di suo padre. «Mio papà ci teneva all’ordine e alla pulizia, che tutto fosse sempre impeccabile. Mi è costato tanto, ho pianto fino a consumare le lacrime mentre lo facevo, ma volevo essere io a pulire il sangue del mio sangue. Volevo che tutto fosse come lui lo lasciava». Flavia Schiavon, l’unica figlia di Giovanni, l’imprenditore edile padovano di 59 anni, titolare della Eurostrade 90 di Vigonza, che nel primo pomeriggio di lunedì si è ucciso in azienda, schiacciato da consistenti crediti mai riscossi, ieri mattina è tornata, per la prima volta dopo la tragedia, nell’ufficio dove suo padre si è sparato. «Sono tanto arrabbiata con lui, perchè non ce lo doveva fare, non doveva lasciarci qui a sopportare da sole questo dolore. Però so anche che è stato un grande gesto di coraggio e di amore: sarà impossibile crederlo, ma è proprio così - prosegue Flavia, appoggiata alla porta d’ingresso dell’azienda - E ce l’ha detto per l’ultima volta con quelle parole lasciate per noi sul biglietto. Soffro per non aver capito lunedì mattina che qualcosa non andava. Abbiamo parlato della situazione dell’azienda un bel po’ e alla fine, prima di pranzo, ci siamo salutati. Mi ha detto "tranquilla Flavia, una soluzione la troviamo, stai tranquilla". Ma non questa, non così». Dolore misto a rabbia, che non smorza la voglia di rimboccarsi le maniche e andare avanti. «Lo farò io, andrò avanti io, lo faccio per me, per mio figlio, e anche per mio papà. Non so come, né dove troverò la forza, ma sento che lo devo fare». Poi un appello, «perché la morte di mio papà non debba restare un triste fatto di cronaca, di cui tra un po’ non si parlerà più. Lo Stato e le istituzioni devono mettersi una mano sulla coscienza e fare qualcosa al più presto. Non è ammesso che si aprano e chiudano società e ditte che poi spariscono letteralmente nel nulla e non si riesce a rintracciare nessuno. Non è ammesso che un uomo si umili per chiedere soldi che gli spettano di diritto, per aver lavorato onestamente e sentirsi dire in continuazione: "Tranquillo Giovanni, tranquillo, domani, domani te li do. Lo sai, mi conosci, siamo amici e ci tengo a te? Fidati". E poi non si fa vivo più nessuno. Mi chiedo come facciano queste persone ora a trovare il coraggio di guardarsi allo specchio e non provare vergogna». Chiunque avrebbe ceduto e anche un uomo forte, determinato, com’era Giovanni Schiavon, alla fine si è arreso. «Ha voluto toglierci questo pensiero, lo so che l’ha fatto per me,per mia madre e per il suo nipotino», aggiunge Flavia. Già, Matteo, l’amato nipotino, l’"ometto" di casa Schiavon. Nemmeno l’amore per lui è riuscito a far desistere Giovanni Schiavon. E per il piccolo Matteo, ora, Flavia e la mamma Daniela Franchin dovranno andare avanti. «Pur nella disperazione di questi momenti, siccome mio padre era uno che se gli chiedevi un euro te ne dava due, era un uomo davvero generoso, abbiamo dato il consenso alla donazione degli organi. Un altro gesto di generosità che lui dall’alto approverà», dice Flavia toccando la collanina che tiene al collo. Era di suo padre.