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 2011  dicembre 10 Sabato calendario

L’autobiografia di Paolo Villaggio scritta con Luca Sommi

Se gli si chiede quale dei sette vizi capitali preferisce, risponde pronto: «L’invidia, perché com’è possibile non essere un po’ invidiosi in una cultura competitiva e feroce come la nostra». Paolo Villaggio non si smentisce mai: non si sa se scherzi o faccia sul serio.
In questi giorni è in libreria Non mi fido dei santi. Autobiografia bugiarda: un libro-intervista con Luca Sommi (Aliberti editore) dove l’attore si racconta senza reticenze e con la consueta ironia. Tanti sono gli argomenti che affronta nell’autobiografia «non autorizzata». Cominciamo dai vizi capitali. «Il più pericoloso è la gola, perché danneggia la salute, ed è il più diffuso in Occidente... Dalle parti della Somalia è difficile trovare dei golosi. E infatti le cliniche per dimagrire non si trovano mica da quelle parti, ma in Svizzera. Una volta, il mio amico Marco Ferreri mi raccontò di esserci andato e di essere stato trattato malissimo. Nottetempo era scappato con altri due complici per andare a mangiarsi una pizza in un ristorante che si chiamava "Bella Napoli". Vennero riacciuffati e il direttore tedesco della clinica li umiliò davanti a tutti gli altri degenti, trattandoli da imbecilli. Ferreri pianse molto... perché aveva dovuto lasciare al ristorante i tre quarti della pizza senza potersela pappare».
Villaggio non nega, data la sua stazza, di essere un goloso incallito: «Io sono travolto da questo vizio capitale! E anch’io ho frequentato cliniche dimagranti, ma in America: posti incantevoli, da 15 mila dollari alla settimana». Ed è scappato? «No, perché da lì è impossibile. Ti fanno fare una prova di resistenza: la prima settimana, ti lasciano in camera tutte le ghiottonerie che si possono desiderare e tu devi resistere, finché assumi un certo controllo, per non cadere in quelle trappole mortali». E la lussuria? «Non è un vizio pericoloso per la salute, a meno che non scivoli in un’altra trappola, quella della nipote di Mubarak — ride —. Insomma, la lussuria può dare la felicità a chi ce la fa a praticarla, diventa uno svantaggio per chi perde colpi». A Villaggio l’idea della morte non fa paura: «Ho paura del momento in cui si percepisce che stai per lasciare questa cosa meravigliosa che è la vita». Non è preoccupato dell’aldilà: «Adesso sono preoccupato dell’aldiqua: ce la farà Mario Monti a uscire vivo da questo casino?».
Nell’autobiografia racconta anche un’inedita Margherita Hack: «Sì, di quella volta che la feci imbestialire perché le chiesi che idea aveva del Creatore. E lei rispose inferocita: "Mi fate sempre la solita domanda del cavolo! Ma lo sapete qual è la concezione che abbiamo noi astrofisici dell’universo?"». Con Fabrizio De André, invece, una grande amicizia: «Era esagerato, molto vanitoso, esibizionista, un eccezionale creativo». Ugo Tognazzi? «L’attore più intelligente che abbia conosciuto, purtroppo però era convinto di essere un bravo cuoco, invece era un disastro». Vittorio Gassman? «Il più leale e diretto: non si atteggiava a Vittorio Gassman». Carmelo Bene? «Non usciva mai di casa. Lo andavo a trovare di notte e magari stava ancora cenando. Con lui non si poteva parlare, solo ascoltare». Gian Maria Volonté? «Il numero uno nel cinema e molto simpatico se usciva dal ruolo del Che Guevara italiano». Federico Fellini? «Il più grande. Era bugiardo, perfido, uno straordinario affabulatore. Frequentandolo, capivi che la sua creatività era al di sopra di tutti». E Villaggio per cosa vorrebbe essere ricordato? «Per aver inventato Fantozzi, perché è un perdente in cui tanti si sono riconosciuti e hanno trovato un compagno di sfiga. Sapesse quante volte mi hanno detto: "Grazie a Fantozzi mi sono liberato dall’incubo di essere mediocre!"».
Emilia Costantini