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 2011  dicembre 10 Sabato calendario

IL VERO JOYCE, POPOLARE E SBOCCATO - A

voler essere irriverenti, o spiritosi, il romanzo totale di Joyce si potrebbe riassumere in un lunga frase. Tra le otto del 16 giugno 1904 e le prime ore del mattino seguente, a Dublino, un certo Bloom prepara la colazione per sé e per la moglie, va al bagno per liberare gli intestini, si reca al funerale di un amico, tenta invano di piazzare un annuncio pubblicitario al giornale per cui lavora, pranza e digerisce, ascolta musica in un pub, in un altro locale ha un diverbio con un violento, si masturba sulla spiaggia, va a visitare una donna in travaglio al reparto maternità dell’ospedale, finisce in un bordello per tentare di salvare un giovane intellettuale da avventure che stanno volgendo al peggio, lo soccorre durante una rissa, gli offre un caffè in un locale notturno, lo porta a casa dove gli passa una tazza di cacao, e infine fa pipì sotto le stelle.
Un po’ poco, conveniamolo, per dare a chi non l’ha letto un’idea dell’impalcatura su cui si regge l’Ulisse, uno dei romanzi-caposaldo del ’900. Perché c’è tanto di più, dentro a questa storia dublinese, a partire dai primi tre capitoli e da quelli di coda, monopolizzati dai coprotagonisti: il giovane Stephen e la moglie di Bloom, Molly, autrice del monologo mentale forse più famoso della letteratura moderna, espresso in un flusso di coscienza ininterrotto per decine di pagine.
A causa di questo, e degli innumerevoli altri significati nascosti nel testo, la nuova traduzione italiana del capolavoro per la Newton Compton non fa notizia soltanto tra i fan dello scrittore irlandese. Anche chi ha tenuto finora il libro su uno scaffale della libreria come status symbol, o progetto di lettura mai realizzato, sarà interessato a confrontarlo con quello appena uscito dalla penna del traduttore Enrico Terrinoni.
In realtà, l’unico paragone legittimo è quello con l’edizione del 1960, oggi disponibile nei Meridiani Mondadori, tradotta da Giulio De Angelis con Melchiori, Izzo e Cambon; perché quella successiva, aggiornata sempre dallo stesso traduttore e pubblicata negli Oscar, risente a tal punto del percorso extra-testuale di Joyce (manoscritti, taccuini, bozze eccetera) da risultare di fatto troppo differente.
Si può affermare, allora, che Terrinoni ci metta di fronte a un Joyce mai visto? In parte sì, ma per comprenderlo bisogna tener presenti i motivi ispiratori del curatore, che insegna letteratura inglese all’università per stranieri di Perugia, e che — soprattutto — ha vissuto per anni a Dublino, immergendosi nell’atmosfera e negli ambienti joyciani, respirando fumo di sigaro ed esalazioni alcoliche irlandesi, familiarizzandosi con i doppi sensi, i tic culturali e linguistici, le allusioni e la toponomastica di cui è impregnata ogni fibra dell’Ulisse.
In sintesi, la nuova edizione joyciana si caratterizza per tre elementi fondamentali. Il primo è un abbassamento del linguaggio dal tono aulico a quello popolare, un adeguamento alla straripante colloquialità dell’Ulisse originale, rivolto soprattutto al lettore comune, quasi a rispettare l’autodefinizione dello stesso Joyce, che più volte si era proclamato autore «democratico» e «socialista», cioè lontano dalle fumisterie e raffinatezze aristocratiche cui apparentemente la sua inclinazione allo sperimentalismo lo avvicinava. Il secondo è un ritorno alla matrice iniziale, tipicamente irlandese, con un’infinita serie di allusioni a ballate, canzoni e operette. Il terzo aspetto è il recupero della comicità, in gran parte perduta attraverso gli anni e le edizioni critiche, man mano che il testo andava trasformandosi nel monumento letterario del secolo.
Più complesso, naturalmente, confrontare i singoli passi e valutare le differenze. Per dare un’idea, la Circe del Bordello (protagonista di una delle scene più famose e volgari del romanzo), non si rivolge più al povero Bloom con l’espressione «Conciagli le brache, a questo villan rifatto! Con le stelle e le strisce sopra!», ma più realisticamente così: «Percuotigliele a sangue le chiappe, a quel parvenu! Faglielo a stelle e strisce». Oppure l’espressione scutter, che De Angelis aveva interpretato all’inglese come «tagliare la corda», viene restituito allo slang irlandese, molto più prosaico, di «diarrea», ovvero all’espressione «merda!». O ancora la Molly del monologo, arrivata a parlare delle sue scabrose confessioni con Padre Corrigan, anziché domandarsi «Oh Signore non poteva dir subito il sedere e buona notte» divaga così: «O Signore non poteva dire direttamente culo e farla finita».
Non è abbastanza da cambiare il nostro modo di affrontare la lettura di Joyce, probabilmente; tuttavia la nuova versione prelude a dibattiti roventi fra i critici. Del resto le date incalzano: il 13 e 14 dicembre si svolgerà all’università a Milano un convegno internazionale sullo scrittore irlandese; il 13 gennaio del prossimo anno scadranno i diritti settantennali sulla sua opera; il 2 febbraio ci sarà la ricorrenza dei 130 anni dalla nascita; il 16-17 seguirà un altro convegno internazionale all’università di Roma Tre, organizzato dalla James Joyce italian foundation.
È tempo, allora, di riproporre le grandi e opposte interpretazioni riguardo al suo capolavoro. Quella di T.S. Eliot: «L’espressione più importante dell’era presente». La replica di Virginia Woolf: «Mi ha interdetto, annoiato, irritato e disilluso, come di fronte a un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli». L’osservazione di Richard Ellmann: «Il più difficile tra i romanzi d’intrattenimento e il più divertente tra i romanzi difficili». La battuta di Derek Attridge: «Un libro che figura nella lista delle opere più frequentemente iniziate e mai finite». La provocazione di Seamus Deane: Joyce a volte è «illeggibile», ma solo nel senso che propone un nuovo tipo di approccio interattivo fra testo e lettore. L’avvedutezza ironica di Fritz Senn: «Un copione teatrale, il cui primo discorso è messo in bocca a un irlandese la cui lingua è l’inglese, il quale intona una messa in latino, il cui testo è la traduzione di un salmo ebraico».
Dario Fertilio