Melisa Garzonio, Corriere della Sera 10/12/2011, 10 dicembre 2011
DIVIDO LO SPAZIO CON L’ARTE, IL SILENZIO E UNA MINIDISPENSA
«La mia casa non è una casa. E poi, non è ospitale. Convivo con un pitbull, un’iguana e un serpente, non tutti gradiscono», mette in guardia Tom Porta, pittore milanese con un passato di fotografo e musicista, appassionato di motocross, volo e paracadutismo. L’avviso agli incauti cade minaccioso davanti al portone di un palazzo anni Sessanta del quartiere Lambrate, storico polmone della Milano industriale oggi trasformato in parterre di gallerie, scuole di design, case editrici.
«Forse si stava meglio quando facevano Lambrette. La moda corrompe sempre l’anima delle cose. E fa troppo rumore per chi, come me, adora il silenzio. Però ci sto bene, ho sempre vissuto in zona, ho messo, come si dice, le radici». Alto, massiccio ma col passo morbido di chi ha a lungo praticato arti marziali, coda di cavallo e tenuta total black, Tom Porta è invece un ospite cortese e le sue «belve» assai meno insidiose del previsto. Betty è una pitbull mansueta, Michelangelo e George, pitone reale e iguana australiana, dormono rintanati nelle loro teche.
La casa di Tom, 45 anni, è un’affascinante nicchia d’artista, un fumetto, la nuvola nera di un sognatore malinconico, la parete nuda su cui inchiodare e dipingere (soprattutto la notte) le strabilianti tele, dalla serie delle architetture collassate ispirate al romanzo «La nube purpurea» di Matthew Shiel, senza traccia d’uomo, al ciclo molto umano dei kamikaze, i valorosi piloti nipponici votati al martirio, di cui l’artista ha studiato a fondo la storia e la filosofia, ai quadri più recenti invasi dal colore e da nuovi elementi di ordine grafico (opere di Tom Porta saranno in mostra a Milano alla galleria HQ-Headquarter dal 14 dicembre al 7 gennaio, e dal 19 dicembre al Palazzo delle Esposizioni di Torino, nella collettiva curata da Vittorio Sgarbi e promossa dal Padiglione Italia dell’ultima Biennale di Venezia per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia).
La casa racconta di queste e altre passioni. Ruvide come quella per i video giochi bellici, per i teschi, «ne ho di varie misure e materiali, presi in giro per il mondo, mi piace la loro architettura ma non hanno su di me alcuna fascinazione gotica», o virtuose come le tre chitarre elettriche da collezione, una mitica Charvel californiana in legno del 1980, una Ibanez gialla a tiratura limitata del 1987 e una rara Performance color arancio della liuteria losangelina che produceva pezzi custom, su misura per Frank Zappa e Steve Vai. Tutto inclina per una casa molto amata, anche se non necessariamente comoda, funzionale, confortevole: «Faccio a meno della cucina. Ho un mobile a cubo, dentro ci sta un frigorifero e una dispensa con le scatole della sopravvivenza. Mi nutro spesso di crudo, non ho bisogno di fornelli. La mia sala da pranzo è la tavola calda sotto casa».
Il cuore della casa è un monolocale a forma d’imbuto, stretto nella piccola anticamera tappezzata con la collezione di zaini, tutti rigorosamente neri, una quindicina, per ora. Il più amato è il campione di cromature indossato da Denzel Washington nel film «Codice Genesi». Tom è anche cinefilo militante, predilige i film d’azione, se d’autore o di giovani registi d’assalto, magari europei; è un fan dei francesi ex «enfant terrible» Gaspar Noé e Jan Kounen. «Dobermann è un film che ha lasciato un segno». L’imbuto si allarga e prende luce da un’ampia finestra affacciata sui giardinetti di Lambrate. Al centro, appoggiato alla parete, un comodo divano Ikea in pelle nera, sormontato da un dipinto che testimonia le ultime ore di vita di sei soldati molto speciali, i kamikaze. Sotto, tre vetrinette con modellini di aerei giapponesi. E in cima, un finto lampadario, «in realtà è un aereo semplicemente appeso al soffitto. Faceva parte di una mia installazione alla Caserma di Como, nella mostra "Allarmi" — spiega Porta che, tra l’altro, si diletta da anni anche di strategie belliche —. Le luci vere sono inserite nel muro dove dipingo, e appese a una piantana». Porta lavora appollaiato su uno strambo sgabello punzonato da chiodi, un legno di fattura artigianale recuperato in una vecchia stamperia in disuso, «è incredibilmente comodo per stendere il colore nei dettagli», assicura. Colore che cola sulla rete di stuoie di cocco e tela grezza che fasciano il parquet, creando un curioso effetto dripping.
Melisa Garzonio