Franca Porciani, Corriere della Sera 10/12/2011, 10 dicembre 2011
IL TALENTO DELL’IMPERFEZIONE
Il segnale di un cambiamento viene da una strana moda che impazza a Tokyo, l’effetto yaeba, un tocco di imperfezione adolescenziale ottenuto grazie a una faccetta posticcia sui canini che ne accentua il profilo. Mentre negli Stati Uniti passa per irresistibile quella fessura fra i due incisivi anteriori — ce l’hanno le modelle Lara Stone e Georgia Jagger — che ha portato dal dentista intere generazioni di adolescenti negli anni Novanta. La perfezione non piace più, o più realisticamente piace meno. E se il mondo della moda talvolta anticipa un mutamento che è nell’aria, forse non è casuale nemmeno che al di là dell’Atlantico abbia successo The gifts of imperfection (Il talento dell’imperfezione) dell’editore Hazelden, libro scritto da Brené Brown, sociologa dell’Università di Houston. Una conferma che lo stereotipo si incrina viene, in casa nostra, dall’indagine realizzata qualche mese fa dall’istituto Piepoli su un campione di 1.500 donne tra i venti e i cinquant’anni. Donne che in una maggioranza schiacciante hanno dichiarato di trovare irreale e riduttiva un’immagine femminile ispirata alla perfezione e alla giovinezza. Forse Brené Brown intuisce il cambiamento quando sostiene, in una conferenza dopo l’altra, che la nostra affannosa ricerca della perfezione altro non è che un enorme schermo, qualcosa che ci tiene al riparo dal metterci in gioco con le nostre fragilità.
Se ci comportiamo in modo perfezionista, cercando di aderire ad aspettative spesso irraggiungibili — sostiene la sociologa — la frustrazione è garantita, anche se resta ancora oggi, stranamente rassicurante. La creatività porta a sperimentare, a scoprire, ma è il terreno dell’incertezza, dell’imperfezione. E del coraggio. Lo esprime con chiarezza il premio Nobel Rita Levi Montalcini nel suo libro, «Elogio dell’imperfezione», Dalai editore, quando scrive: «Senza seguire un piano prestabilito, ma guidata di volta in volta dalle mie inclinazioni e dal caso, ho tentato di conciliare due aspirazioni inconciliabili, secondo il grande poeta Yeats, perfection of the life or of the work. Così facendo, e secondo le sue predizioni, ho realizzato quella che si può definire imperfection of the life and of the work. Il fatto che l’attività svolta in modo così imperfetto sia stata e sia tuttora per me fonte inesauribile di gioia, mi fa ritenere che l’imperfezione nell’inseguire il compito che ci siamo prefissi o ci è stato assegnato, sia più consona alla natura umana, così imperfetta».
Che la perfezione non ci sia così congeniale lo sottolinea anche la sociologa Marina Mengarelli (di lei è appena uscito «A che serve la bioetica?», Edizioni l’Asino d’oro): «Il processo di omologazione che la società di oggi impone, sul fronte estetico, ma anche su quello delle aspirazioni e dello stile di vita, va contro il desiderio più profondo dell’individuo che punta alla sua unicità; provoca autosvalutazione, e alla fine, infelicità». Ma anche al di fuori della sfera esistenziale, la perfezione richiama a una realtà statica, che poco ha a che fare con la vita vera. Come sottolinea Telmo Pievani, filosofo della scienza all’Università di Milano Bicocca: «Noi siamo esseri imperfetti, la nostra stessa fisiologia è imperfetta, frutto di un processo antico quanto l’uomo che cerca compromessi fra vantaggi e svantaggi evolutivi. Qualche esempio? Il dente del giudizio, o terzo molare, è un retaggio di un lontano passato, di quando l’uomo aveva bisogno di denti solidi per masticare cibi crudi. Ce lo portiamo dietro nonostante oggi crei soltanto problemi perché la conformazione della mascella e della mandibola nel frattempo si è ristretta. Perché allora, questa ossessiva ricerca di perfezione? Sono convinto che sia un "bene" rifugio, rassicurante rispetto a una realtà ben più complessa e inquietante».
E qui si ritorna al concetto espresso da Brené Brown, che trova argomentazioni compiute nel pensiero del controverso filosofo indiano Osho, uno dei guru del pensiero New age (ebbe buona accoglienza in Italia; famosa l’intervista che gli fece Enzo Biagi nel 1986 per Rai uno) scomparso una decina di anni fa. Del mistico indiano nel 2007 è uscito per Cairo editore, «Una perfetta imperfezione». «Pensare in termini di perfezione — scrive Osho — significa pensare in termini di ideologia, di obiettivi, di valori, di ciò che va bene e di ciò che non va bene. Hai un preciso modello da seguire e se esci da questo schema sorgerà in te un profondo senso di colpa. La perfezione è solo punto di arresto: un individuo intelligente capisce che la vita è un’avventura, che è esplorazione costante, attraverso tentativi ed errori».
Franca Porciani