Goffredo Buccini, Corriere della Sera 10/12/2011, 10 dicembre 2011
IL DUBBIO DELLA PROVA DI CORAGGIO. CICCIO, TORE E LE BUGIE DEGLI AMICI —
Occhi da creatura e tono da uomo di conseguenza: «Sciatavinne», dice, andatevene. Su piazza Pellicciari, confine tra la Gravina coi soldi e la Gravina senza nemmeno le fogne, splende un sole che fa male agli occhi. Ma non è per quello che Vito s’abbassa sulla fronte la visiera del berrettino da baseball celeste. Sono di nuovo giorni di paura e di fantasmi quaggiù: anche se la «casa delle cento porte» adesso è murata, non è murata la memoria. Ciccio e Tore sono ancora morti senza giustizia e qua a Gravina i morti s’afferrano i vivi e se le li tirano appresso, giù e ancora più giù, nel pozzo degli incubi d’un bambino appena diventato adulto come Vito Mastrorillo, sospeso tra infanzia e inferno. «Chi sei tu? Un giornalista...? Beh, qua ne abbiamo già sofferte troppe, volete ricominciare? Che infamità».
La faccia indecisa tra brufoli e barba, i bagliori dell’orecchino sul pellicciotto del parka, diciannove anni domani. Non ne aveva ancora quattordici, la sera del 5 giugno 2006, quando Ciccio e Tore giocarono con lui, con Carlo e con un terzo bambino tuttora minorenne, per l’ultima volta della loro vita. Vito ci mise due mesi per raccontarlo, mentre tutti cercavano i fratellini Pappalardi svaniti nel nulla. «Non me l’avevate chiesto», farfugliò ai poliziotti. Disse che facevano a tirarsi l’acqua, quella sera calda che non finiva mai, gavettoni coi palloncini, attorno alla piazza «delle quattro fontane», che sta nel centro del paese e stava al centro delle loro scorribande, sopra l’arco di sant’Agostino, a due passi dalla cattedrale che adesso è chiusa dai restauri. La «casa delle cento porte» sta appena più su, accanto al commissariato, un blocco incistato di stambugi e cunicoli, loggette e passaggi segreti, tutto fradicio, tutto abbandonato a marcire per anni dai proprietari della Edil Arco. Per generazioni i bambini di Gravina si sono infilati dentro questo ex convento, sgattaiolando tra i pertugi per le prove di coraggio, tutti sapevano. Fu una prova di coraggio, altro che gavettoni, ad ammazzare Ciccio e Tore, giura adesso la loro mamma, Rosa Carlucci, una quarantacinquenne problematica circondata da un circo di maschi più problematici di lei. «Li hanno torturati», dice, «per farli saltare nel pozzo», tre piani di caduta, la morte nel fondo: «A Ciccio tagliarono un piede, credo». Mamma Rosa è una donna sconvolta, le parole scorrono così come vengono. «Ho interrogato un testimone, un ragazzino, che m’ha detto: sì, stavamo con i fratelli Pappalardi quando sono caduti», rilancia però Rocco Silletti, che Rosa presenta come un consulente, talvolta come un detective, che la figlia grande di Rosa chiama «zio», e che in qualche trasmissione tv di grana grossa diventa addirittura «avvocato». In realtà Silletti ha un incerto mestiere («ho fatto di tutto») e addosso una spanna di fascicoli che raccontano i suoi guai con la giustizia (quasi tutti per assegni a vuoto): va preso con le molle. E non si parla di nessun nuovo testimone nella richiesta di riapertura delle indagini che Domenico Ciocia (l’avvocato vero) ha presentato al procuratore di Bari, Antonio Laudati. Si parla, sì, delle bugie di tre bambini, «gli amichetti», delle omertà dei loro genitori, di quella trama di silenzi e menzogne che, secondo la famiglia, impedì il ritrovamento di Ciccio e Tore prima che fosse troppo tardi. Si parla di un contesto, molto plausibile, in effetti. Che Ciccio e Tore andassero da soli nella «casa delle cento porte» è improbabile; che due anni dopo un altro bambino (Michelino, salvato per miracolo) cadesse per pura coincidenza nello stesso pozzo, senza essere portato lì da qualcuno presente alla tragedia precedente, appare inverosimile. Chi sa, parli.
Un’altra mamma Rosa, la madre di Vito, ci accoglie sulle scale di casa Mastrorillo in piazza Pellicciari: «Avete un mandato?». Nessun mandato, siamo giornalisti. Rosa è dolce, mite: «È stato un trauma». Vito sapeva? «Vito non sa niente del passato, e adesso non vuole sapere altro. Ci capisca, uscirne è stato difficilissimo». Come tutte le storie del genere, pure questa gronda marginalità, scambi le targhette e trovi le zie di Sarah Scazzi, i genitori di Parolisi... La famiglia di Carlo De Marino, 19 anni anche lui, vive all’angolo di via Peschiera, in fondo al paese: dall’altro capo della strada, una cava, mura sgarrupate, mattoni senza intonaco. Mamma Filomena s’affaccia al balcone del primo piano. Scantona: «Siete venuti a portarci soldi? Perché sa, mio marito non ha lavoro, qua è dura», dice in dialetto stretto che un amico ci traduce. Carlo sta dentro, Carlo non esce, Carlo dice basta, ma capisce che forse è appena ricominciata. Con le sue incredibili contraddizioni (sulle prime negò addirittura di conoscere Tore), venne ritenuto dagli investigatori d’allora un teste chiave contro Filippo Pappalardi, il padre di Ciccio e Tore, arrestato e poi scarcerato con tante scuse. Dal portone di via Peschiera esce Nina, la zia di Carlo, sporte sottobraccio: «È una cosa delicata assai! Qua all’angolo ci siamo trovati le telecamere». Scappano tutti, da questa storia brutta come un pozzo nero, nella quale i ragazzi coinvolti potrebbero essere cinque, forse di più, perché più largo sarebbe il giro di chi c’era, di chi sapeva. Scappa e quasi piange nella piazza delle «quattro fontane» Davide, vent’anni stenti, una storiaccia di famiglia con un papà mezzo padrino siciliano: «Via i giornalisti da Gravina, siamo stressati!». Era uno degli amici storici di Ciccio e Tore, adesso ha mollato anche il lavoro dalla fioraia del corso per non vedere più nessuno. Giuseppe, ventidue anni, ha invece lasciato la compagnia di allora, «quando ho visto che giravano le canne e le mazzate, mi sono chiuso in casa». C’è un’altra Gravina, in filigrana, brutale e abbrutita. Mala, piccole bande, aggressioni a vecchietti «per far vedere che sei uomo». Francesco Lombardi aveva quasi novant’anni quando lo pestarono per gioco, va così tra questi vicoli. Ciccio e Tore pure erano indifesi, sballottati tra genitori in lite tra loro e con la vita, che non sapevano crescerli: avevano imparato a bastarsi, Tore era più piccolo ma proteggeva Ciccio ch’era più fifone. Forse dentro la rabbia disperata di mamma Rosa c’è anche un rimorso sepolto. Nella casa di Santeramo — dove vive con un compagno molto più anziano, condannato in primo grado per abusi, e dove abita da un po’ anche il «consulente» Silletti — le foto dell’autopsia e quelle dei bambini a scuola finiscono tutte insieme sotto i nostri occhi, scodellate sul tavolo. Nella mente di Rosa non c’è confine tra orrore e ricordo. Poi, il buon Silletti tira fuori un foglio, poche righe al pc: «guardi, è un progetto già approvato, devono finanziarcelo Stato e Regione». Sarà un agriturismo, dice, intestato alla figlia grande di Rosa. Lo chiameranno «il paradiso di Ciccio e Tore», col ristorante, la pizzeria e i go kart. «In onore loro», giurano tutti. L’angoscia che si respira quaggiù non è davvero colpa di due poveri fantasmi morti senza amore, stretti nel buio.
Goffredo Buccini