Francesco Verderami, Corriere della Sera 10/12/2011, 10 dicembre 2011
LA FIDUCIA NEI PARTITI CROLLA AL 14% - O
faranno anche loro «i compiti per casa» o i partiti della Seconda Repubblica non
saranno ammessi alla Terza. I leader della «maggioranza» ne sono consapevoli, perciò si attrezzano alla prova.
Se è vero che l’emergenza economica ha ridotto la sovranità dei partiti, è altrettanto vero che l’ultimo anno e mezzo di legislatura tornerà utile per tentare di superare l’esame di riparazione. L’unità di misura per valutarli sarà l’operato del governo: perché è chiaro che se i «tecnici» riuscissero nell’impresa di avviare l’opera di risanamento dei conti pubblici, e contemporaneamente i «politici» non riuscissero a riformarsi e a riformare le istituzioni, si condannerebbero alla definitiva delegittimazione.
È una scommessa, un’autentica battaglia per la sopravvivenza, ma è l’unica via per riguadagnare posizioni e credito in una opinione pubblica che li ha già bocciati. Secondo uno studio di Ipsos, infatti, la fiducia nei partiti è al 14%: «Il minimo storico», spiega il responsabile dell’Istituto, Pagnoncelli, che ricorda come «ai tempi di Tangentopoli l’indice oscillava tra il 20 e il 25%». L’analisi comparata con la fase terminale della Prima Repubblica lascia intuire perché il dato attuale è più basso: allora fu solo una parte del sistema politico a crollare, oggi la crisi ha colpito tutti.
Così, all’ombra di Monti, i partiti iniziano a muoversi in attesa di gennaio. La sentenza della Consulta sul referendum elettorale viene vissuto come uno spartiacque, e non perché l’eventuale approvazione dei quesiti da parte della Corte porterebbe in anticipo alle urne, dato che nessun partito della «maggioranza» avrebbe la forza per staccare la spina al governo. Semmai il responso dei giudici supremi indirizzerebbe la strada delle riforme. Ed è a quel bivio che Pdl, Pd e Terzo polo si ritroveranno per partire, siccome uno dei nodi da sciogliere — il più importante — sarà il nuovo sistema di voto.
Sebbene Monti si sia paragonato a una «cavia», in realtà si appresta ad essere il protagonista di un esperimento senza precedenti. Perché il suo esecutivo sarà al tempo stesso la lavatrice dei partiti e la levatrice del nuovo sistema. Il progetto di Casini mira a sfruttare l’azione del premier per evidenziare come le «estreme» siano estranee alla logica di governo. L’obiettivo è chiaro: smontare il bipolarismo della Seconda Repubblica e costruire così la Terza, rimodellata sui canoni della Prima, dove le maggioranze si formavano non nelle urne ma in Parlamento. Il capo dei centristi è già all’opera per «riaggregare», e in questa logica va inserito l’incontro riservato di mercoledì scorso con il ministro Riccardi — uno dei promotori del gruppo cattolico di Todi — per «imbastire un discorso sul futuro» attraverso «iniziative culturali».
Resta da capire se Pdl e Pd staranno al gioco di Casini, che lusinga gli attuali compagni di strada, descrivendo la nuova terra promessa come un luogo dove stare insieme. Alfano ha già risposto picche: «Un futuro governo che ci veda nella stessa maggioranza con i Democratici è impossibile». E Bersani al momento sembra resistere sulla stessa linea: «Noi e il Pdl siamo come lo Yin e lo Yang». Citando i famosi simboli della filosofia cinese — che pur essendo opposti sono complementari — il leader del Pd ripropone lo schema bipolare, l’idea che le due maggiori forze del Paese si sostengono, coscienti che non possono esistere l’una senza l’altra.
La «teoria dello Yin e dello Yang» è stata subito applicata in Parlamento con la gestione comune del decreto economico: l’escamotage di far esaminare la manovra dalle commissioni congiunte Bilancio e Finanze, ha consentito a Pdl e Pd di avere un relatore a testa. È un test che servirà a capire se ci potrà essere un’intesa sulle riforme, posto che l’obiettivo delle due maggiori forze politiche sembra speculare per non lasciare ad altri — «tecnici» compresi — la paternità della Terza Repubblica, per impedire a Casini la «tattica dei due forni», e per intestarsi le riforme, che il capogruppo del Pdl Cicchitto riassume in un indice: «Maggiori poteri al premier, riduzione del numero dei parlamentari, riforma dei regolamenti delle Camere e nuova legge elettorale. Su questo andrà deciso se puntare su un bipolarismo fondato sui due maggiori partiti o piuttosto restare allo schema delle coalizioni, che però hanno funzionato male».
La scelta non sarà un dettaglio, sarà il bivio verso la Terza Repubblica. E già si notano le differenze tra Pdl e Pd, e dentro il Pdl e il Pd. Ecco cosa si muove dietro il gioco delle bozze sulla legge elettorale, alcune già scritte, altre solo accennate verbalmente, come quella con «impianto proporzionale» prefigurata dal capogruppo democratico Franceschini ai dirigenti dell’Udc: «È una riforma alla quale non potrete dire di no». Il Pdl vuole vedere i testi, Alfano ha già spiegato che il suo partito si opporrà a un «ritorno all’antico, alle devianze della Prima Repubblica», e aspetta di capire se «il Pd vuole smontare o meno il bipolarismo», se «la teoria dello Yin e dello Yang» resisterà alla centrifuga del governo Monti. Una cosa è certa: i partiti dovranno accordarsi e completare «i compiti per casa». O andranno tutti a casa.
Francesco Verderami