Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 10/12/2011, 10 dicembre 2011
COSI’ RIENTRA IN GIOCO LA COMMISSIONE UE
Le nuove regole ora ci sono: l’Europa può ripartire. Ma lo «strappo» con il Regno Unito è destinato a lasciare il segno sugli equilibri istituzionali, e dunque politici, dell’Unione.
Il ritorno della Commissione
Il processo di avvicinamento all’accordo è stato guidato dall’asse franco-tedesco. Era, dunque, legittimo aspettarsi uno sbocco che spostasse gli equilibri istituzionali dell’Unione a favore dei governi. Invece ci troviamo di fronte a un risultato diverso. E’ vero: Angela Merkel ha imposto la regola cardine. Chi supera il 3% nel rapporto tra deficit e Pil va incontro a «sanzioni semiautomatiche». Ma la gestione di tutta la procedura rimane nelle mani della Commissione Europea. Fino a ieri l’esecutivo di Bruxelles recitava la parte del «cane di paglia», dopo che nel 2003 Francia e Germania avevano di fatto smontato il Patto di Stabilità. Ora il Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, avrà poteri reali e pervasivi. Il ruolo della Commissione viene evocato praticamente in tutti i paragrafi dell’intesa firmata ieri. I singoli Paesi si impegnano ad adottare nella propria legislazione la regola aurea del pareggio di bilancio. Ma in caso di deviazione tocca alla Commissione guidata da Josè Manuel Durao Barroso fissare il calendario per il rientro e quindi dettare i tempi delle manovre di politica economica interna. La Commissione, in questo caso, è chiamata anche a «monitorare» l’applicazione e l’efficacia delle misure adottate dal Paese soggetto alla «procedura per deficit eccessivo» (che ora scatta già oltre la soglia dello 0,5% sul Pil). Ma, soprattutto, l’esecutivo comunitario dovrà «proporre» o «raccomandare» le sanzioni da applicare agli Stati che superano il 3% di deficit. E per annullare la proposta sarà necessaria la maggioranza qualificata dei Paesi che fanno parte dell’euro.
Più spazio a Van Rompuy e Juncker
Finora il presidente del Consiglio europeo, il belga Herman Van Rompuy, ha fatto poco più che il fermacarte dell’asse Merkel-Sarkozy. L’esperienza dell’ultimo biennio ha dimostrato che i rapporti tra i leader sono rimasti diretti, senza bisogno di filtri istituzionali. Ma una volta stabilite le regole, lo scenario cambia. Come per Barroso (Rehn e gli altri commissari) così anche per Van Rompuy la gestione quotidiana del nuovo accordo apre inediti margini di iniziativa politica. Per esempio la norma che prevede la maggioranza qualificata nel Consiglio per bloccare le sanzioni comporta di per sé un ruolo più forte degli «arbitri-mediatori», cioè Van Rompuy e lo stesso presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker. Naturalmente qui entrano in gioco le capacità dei singoli: Van Rompuy, in particolare, potrebbe diventare una figura-cerniera tra il «fiscal compact» a 26 Paesi e la Ue a 27 (con il Regno Unito).
Europarlamento al palo
Nel testo dei 26 il Parlamento europeo è citato solo incidentalmente. L’istituzione più rappresentativa della Ue è esclusa dal meccanismo portante: sorveglianza dei bilanci, sanzioni per chi non rispetta le regole. Tuttavia il rilancio dell’integrazione economica coinvolge, per definizione, i poteri dell’Europarlamento, rafforzati dal Trattato di Lisbona. Anche in questo caso le forze politiche dovranno essere in grado di formulare proposte, per esempio sul piano della crescita e della ridistribuzione delle risorse del bilancio comunitario, in modo da appoggiare per vie esterne le manovre anticrisi.
Problemi giuridici
Lo scarto del premier britannico David Cameron al tavolo del vertice lascia in sospeso una serie di problemi giuridici e di incognite politiche. La sofferta formula dell’«accordo internazionale» sulla moneta unica, cioè sul tema fondante dell’Europa moderna, significa che 26 Paesi prendono atto che si può (e in questo caso si deve) fare a meno del Regno Unito.
A questo punto o Londra rientra (e potrebbe farlo in qualsiasi momento) oppure il suo peso sulle principali scelte di politica economica nella Ue sarà ridotto a zero. Ma l’incomunicabilità con i britannici mette a rischio le politiche più ambiziose dell’Unione a 27. Per esempio, restando in campo economico, il completamento e il rafforzamento del mercato unico. Nel tavolo a 26 si discuterà di misure di politica economica che, tra l’altro, condizionano il rapporto di cambio dell’euro con il dollaro o lo yuan cinese. E, in parallelo, nel formato tradizionale a 27 si dovrebbero concordare interventi su dazi, tariffe, clausole commerciali, standard industriali e così via.
Infine bisogna mettere in conto come l’isolamento di Londra possa rallentare i timidi progressi Ue nel campo della politica estera (la flebile voce unica dell’Europa) o la cooperazione nel settore della difesa, della giustizia e così via.
L’allargamento
Per una coincidenza interessante proprio ieri, giorno del vertice forse più drammatico nella storia recente europea, la Croazia ha firmato il trattato di adesione alla Ue. A febbraio i cittadini di quel Paese saranno chiamati a esprimersi con un referendum. Se vinceranno i «sì», il primo luglio del 2013 Zagabria diventerà la ventottesima capitale dell’Unione. Sempre ieri, invece, la Serbia ha dovuto incassare la bocciatura del Consiglio europeo. I 27 capi di stato e di governo hanno rinviato a febbraio la decisione di concedere lo status di «Paese candidato» alla Serbia, cui viene attribuita la responsabilità di alimentare la tensione con il Kosovo.
L’orizzonte dell’allargamento resta formalmente aperto. Anche se da tempo, ormai, lo slancio non è più quello di sette-otto anni fa. I Paesi ufficialmente candidati all’adesione sono quattro: Islanda, Repubblica di Macedonia, Montenegro, Turchia.
Ma sarebbe oggi velleitario, in piena emergenza finanziaria, stabilire un calendario credibile. Il discorso vale soprattutto per Istanbul, che nel frattempo sta sperimentando una politica di influenza nel Mediterraneo alternativa alla prospettiva europea.
Giuseppe Sarcina