Luigi Offeddu, Corriere della Sera 10/12/2011, 10 dicembre 2011
ANGELA UNA SFINGE, ALL’ALBA CAMERON ROMPE —
Con un piatto di merluzzo, così è cominciata la notte che ha spaccato l’Europa. «Ore 20.15, inizio della cena. Menu: minestra, merluzzo, cioccolato. Ore 21: inizio della discussione. Ore 3.30: toilet break, pausa per il bagno...». Sul taccuino rosso dell’assistente di David Cameron, taccuino ordinato da britannica precisione, non manca quasi nulla: «E dopotutto — sorride lui — non era un vertice storico?». Vero, il vertice più importante degli ultimi 20 anni, le 33 facce più autorevoli d’Europa — i leader nazionali più quelli della Ue — chiuse in una sola stanza, a saldare un po’ di conti: notte lunghissima di liti, minuetti, occhiaie, di sorrisi mielati (Nicolas Sarkozy a David Cameron, più volte: «Mon cher David...») e di bastonate sul collo (ancora Sarkozy, al sorgere del sole, davanti ai giornalisti di tutto il continente: «Se l’Europa si è divisa è soltanto colpa sua, di Cameron»). «Mi è sembrato un ambiente di persone molto per bene», dirà più tardi Mario Monti: però anche le persone per bene, come le formiche, ogni tanto si arrabbiano.
È finita, come ora si sa, 26 a 1 o giù di lì. Ma all’inizio, quando il pallido merluzzo non era ancora nel piatto, tutti — a parole — puntavano sul risultato pieno, 27 sì su 27. Ancora dal taccuino britannico sulla giornata di Cameron: «Ore 18.10, arrivo a Bruxelles. Ore 19.10, colloquio con Monti». Com’è andato davvero, quell’incontro? Risposta: «short», breve, ma «la mediazione c’è stata davvero». Poi: «Ore 19.25, primo incontro con Merkel e Sarkozy». Del quale, nulla si sa. Ma si sa che, all’inizio della discussione collettiva dopo le 21, la Merkel ha subito preso la parola «senza mai guardare in faccia Cameron — racconto di un portavoce francese — ed è andata giù piatta, senza un fremito: "Dobbiamo riformare il Trattato. Questa è la situazione. Se non si può farlo con l’accordo a 27, lo faremo con quello a 17"».
L’enunciato di un fatto, nessuno spiraglio di mediazione. La risposta di Cameron, al contrario, è subito l’offerta di negoziato («forse non aveva capito — dice la stessa fonte — che cosa c’era in ballo, forse ha proprio sbagliato strategia»). La richieste di Cameron si riassumono in una: che non si tocchino le norme sui servizi finanziari, cioè le prerogative della City di Londra e delle sue banche. Il premier britannico non chiede l’«opt-out», la deroga che permette a un paese di chiamarsi fuori da decisioni non gradite, ma qualcosa che porterebbe ugualmente al blocco dell’iniziativa: «Su questi passi ci deve essere l’unanimità, dovreste garantircelo». Richieste «inaccettabili», dirà più tardi Mario Monti, e sul momento anche la Merkel e Sarkozy.
Ma la notte è appena all’inizio. Si continua di «melina», fin verso le 23. È allora che partono i veri petardi. E li accende una signora, la fumantina premier slovacca Iveta Radicova.
All’ennesima richiesta britannica, sbotta: «Basta — è il senso del suo discorso — È il colmo, parliamo di cose che poi dovrà pagare la gente normale...». Cameron tenta ancora di negoziare, cita un paio di formule tecniche: ma di colpo, Merkel e Sarkozy gli propongono una riunione a tre in sede separata. È qui, verso la mezzanotte, che si avrebbe lo scontro più duro. Ma al ritorno in sala, i tre sono tutti sorrisi. «Mon cher David — dice Sarkozy — io ti capisco e capisco i tuoi problemi, noi tutti ti stimiamo: ma devi capire che qui è in gioco l’avvenire di tutta l’Europa. E non c’è nessun trasferimento di sovranità in gioco...».
Lunghe scaramucce al caramello, e zanne sfoderate di sotto. La Merkel tace. A un certo punto Monti — «mi sono un pochino accalorato», racconterà — interviene per perorare il potenziamento dell’Esm, il meccanismo di stabilità finanziaria. Ma il discorso continua a seguire la piega delle scontro di principio. La schermaglia continua. Dalla delegazione britannica si nota che «la crisi ha radici nell’Eurozona, ma si scarica tutto su chi dall’Eurozona sta fuori». Merkel è una sfinge, Sarkozy smette di cinguettare, Cameron si indurisce sempre più: ma non ha, forse, il coriaceo spessore di un Tony Blair. Fuori sta per sorgere il sole. Il premier bulgaro Boyko Borissov si alza affranto, e chiede il permesso per un pisolino. L’ungherese Viktor Orbàn fa capire a mezza voce che il suo «no» è un «quasi-sì». Ancora dal taccuino britannico sui movimenti di Cameron: «Ore 6.19, conferenza stampa. Ore 6.50, telefonata a Clegg (il vicepremier inglese, ndr). Ore 7, ritorno alla residenza. Ore 8.15, colazione». Con che cosa? Non manca neppure questa risposta, anche se scherzosa: «Uova strapazzate e il bacon migliore, naturalmente». Alle 5, c’è stato anche un imprevisto «siparietto» fra la Merkel e Donald Tusk, il premier polacco: una delle tante volte in cui due o tre commensali della cena si sono appartati, uscendo dalla sala. Per scendere poi a pianoterra del Consiglio, è accaduto che Cameron e Merkel abbiano preso lo stesso ascensore: non avevano visi sconvolti dall’entusiasmo. Anche Sarkozy, fatta la sua conferenza stampa all’alba, va a dormire con la faccia tirata e gli occhi di un lemure: così stanco che non tornerà alle 10 per la firma collettiva del Trattato con la Croazia — discreta gaffe diplomatica — ma più tardi sì, per la «foto di famiglia» con i leader. E per incassare il «grazie» ufficiale della Merkel, riservato solo a lui. Dalle 15 in poi, vanno via tutti. La Merkel in viola, sorriso indecifrabile. Cameron con la chioma scolpita, e una cravatta azzurro-brillante: azzurra come lo stemma dell’Europa.
Luigi Offeddu