Nicla Vassallo, Saturno-il Fatto Quotidiano 9/12/2011, 9 dicembre 2011
MA I PIÙ BELLI FAN CARRIERA - QUANTO VALE
la bellezza fisica, il sex appeal di una persona, maschio o femmina che sia? E soprattutto, è lecito sfruttare queste doti a fini di carriera? Dopo gli anni delle onorevoli-soubrette e delle igieniste dentali, oggi la scena pubblica in Italia sembra premiare la castigatezza e il rigore. Ma le statistiche dimostrano, piaccia o no, che in qualunque regime e con qualsiasi governo la bellezza procura vantaggi economici, a tal punto che un individuo bello (da non confondersi con un bell’individuo) giunge a guadagnare, nell’arco della propria vita, 230 mila dollari in più. Questo varrebbe, per gli uomini, in ambito professionale, mentre la magnificata avvenenza femminile pare godere di benefici essenzialmente nel catturare un buon partner. Un partner bello, ricco, potente? A GUARDARSI attorno, dalle nostre parti, la stima va, da un ventennio a questa parte, a bellocce da eccesso che si accompagnano a potenti e ricchi, esteticamente indecenti. E non pare che il governo Monti, in tutta la sua apprezzabile moderazione, perlomeno nel dress code, riesca a porre fine al dilagare pubblico di tacchi vertiginosi e scollature all’altezza. Del resto, il fenomeno non si limita all’Italia.
La bellezza come risorsa economica è problema vecchio, alla ribalta non solo della porno–cronaca, che ci ha illuminato di troppe luci rosse (invece che d’immenso), ma delle scienze sociali, con la sottolineatura di un capitale di stampo erotico, non meramente sessuale. È tornata di recente a sottolinearlo Catherine Hakim, autorevole sociologa della London School of Economics: prima dalle pagine dell’“European Sociological Review” nonché da quelle del “Times Higher Education”, poi nel libro Honey Money. The Power of Erotic Capital (Denaro di miele. Il potere del capitale erotico), uscito la scorsa estate presso Penguin in Gran Bretagna, Basic Books negli Stati Uniti, Campus Verlag in Germania, e che verrà tradotto in diverse lingue il prossimo anno – dalle nostre parti, si sussurra da Mondadori. Le vendite marciano dunque bene, e viene da pensare che il potere del capitale erotico proceda di pari passo con quello del capitale editoriale costruito sullo sfruttamento di temi “hot”. A Catherine Hakim si aggiunge, tra gli altri, uno stimato professore dell’University of Texas, Daniel S. Hamermesh, che applica da tempo l’economia del lavoro alla bellezza, oltre che al sonno e al suicidio: nel suo recentissimo Beauty Pays (Princeton University Press) intende spiegare i grandi successi degli individui attraenti, cosicché i bruttini dovrebbero venir protetti dalla legge (cosa che in effetti accade in California e nel distretto della Columbia), a causa delle discriminazioni economiche subite: i tanti rimedi chirurgici paiano inadeguati a trasformare ranocchi in principi, benché efficaci alla banale percezione, quando va bene, di un sé vanesio.
La versione di Hamermesh (ma si potrebbero fare le pulci pure ad Hakim) solleva qualche perplessità, a partire dall’insistenza sulla bellezza esteriore, a dispetto di quella interiore, della beltà dell’animo. E poi chi sarebbero gli individui attraenti per i più? Sempre che bello e attraente coincidano: pare, per esempio, che Brad Pitt rappresenti un bello acclamato a furor di popolo, alla faccia di Jean Cocteau, secondo cui «il bello ha l’aria facile, ed è proprio la cosa che il pubblico disprezza».
Pitt è oggettivamente bello, oppure è lo star system a imporcelo? Il fatto che la maggioranza lo decreti bello comporta che sia davvero bello? E quando la maggioranza elegge il politico di turno (donna o uomo che sia), significa di necessità che si tratta di un buon politico? Certo che no; ormai lo hanno capito pure le pietre. Lo stesso vale nel caso della bellezza. Se la maggioranza non sa cos’è la bellezza e cos’è la politica, si mostra incapace di stabilire chi è bello e chi un (buon) politico, ed è qui che rientrano dalla porta le domande e risposte filosofiche, cacciate dalla finestra, sul bello, nonché sulla politica e sul sapere . Per di più, un bello riesce magari ad abbagliare la maggioranza, ma dovrebbe bastare la sua incompetenza a dichiararlo inferiore a un bruttino competente: quindi, in un mondo giusto, “Competence and intelligence pay”, la competenza e l’intelligenza vengono premiate. Che esista poi la categoria dei “belli e competenti” è tutt’altro discorso. E che si viva in un mondo giusto, ancora un altro. Ma per comprendere cos’è il giusto, occorre, pur sempre, una bella filosofia