Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 10/12/2011, 10 dicembre 2011
GIORGIO MARIANI, UN ALTRO CADUTO DELLA SQUADRA MALEDETTA
Forse bisognerebbe ibernare le ipocrisie. Abbattere le pigre etichette che accompagnano il silenzioso annientamento di uomini che furono forti e oggi, semplicemente, non sono più. “Le morti sospette”. “L’ombra del doping”. “I misteri del calcio”. E dire, che andarsene divorati dalle leucemie e dalle sclerosi, dalle lesioni cerebrali e dai linfomi, dal tetro alfabeto dei tumori a 20 come a 70 anni, senza più voce neanche per imprecare, normale non è. L’ultimo addio va a Giorgio Mariani. Era nato in Emilia, a Sassuolo, nel ’46 e ammalato da tempo. Anche lui, come Ferrante, Mattolini, Saltutti, Lombardi e un’altra corona di vittime cadute senza un apparente motivo, aveva giocato nella Fiorentina tra i ‘60 e i ‘70. Litigando con Pesaola. Contribuendo allo scudetto del ’69.
ANCHE LUI, come i suoi ex compagni di sventura Beatrice e Rognoni (scomparsi a 39 e 40 anni), Gil De Ponti e Petrini (aggrediti da atroci malattie) aveva trottato a Cesena tra il ’75 e il ’77. In Romagna, a Firenze e negli spogliatoi di mezza Italia, come raccontato più volte da decine di superstiti dell’epoca, si sperimentava. “Bomboloni neri” dall’incerta composizione in endovena, pilloline rosse nell’intervallo, cardiotonici e anfetamine, raggi Roengten per recuperare in fretta. Era un calcio di frontiera e la mandria da sacrificare aveva scarpini ai piedi e potere contrattuale pari allo zero. I medici somministravano, gli atleti ingoiavano e per i pochi che domandavano o peggio rifiutavano, la ricompensa era l’esilio. Così oggi ricordare Mariani, i suoi dribbling protervi e San Siro in delirio. L’unica Coppa Uefa del Cesena e la sfida al Magdeburgo nel settembre del ’76, i pugni a Sparwasser del dottor Lamberto Boranga e la DDR in bianco e nero dell’epoca, serve solo a rimpiangere senza illuminare il quadro. Il magistrato Raffaele Guariniello indagò a lungo. Trovando nessi e ragioni, omertà diffuse e menzogne. Ricostruì la mappa di uno scandalo alla luce del sole. Costrinse “persone informate sui fatti” a scavare nella memoria e nel fondato, inconfessabile timore che un giorno toccasse loro, farsi scivolare una forchetta dalle mani, perdere il contatto con il proprio corpo, degenerare o scadere, come accade a un genere di consumo. L’impressionante studio di Guariniello, le coincidenze, le vergogne istituzionalizzate e le ipotesi sono ancora lì. Come l’inchiesta fiorentina che si spinse a ipotizzare nei confronti dei sanitari e tecnici della Fiorentina reati come lesioni colpose o omicidio. Si dimostrò la massiccia assunzione di sostanze abili a distruggere reni, fegati e pancreas senza riuscire a legarle all’insorgere della malattie. Con il corollario di studi universitari capaci di allargare il campo delle ipotesi dal microtraumatismo, ai motoneuroni “eccitati”, fino all’uso dei fertilizzanti e dei pesticidi. Nel pallone dei Monatti senza identità, il morbo, da almeno tre decenni, ha iniziato a correre a ritmi fordisti. Il sistema, naturalmente, nega ogni responsabilità pregressa o presente e mentre il doping si affina (e chi è preposto a controllare come il Dg della Wada, David Howman ammette: “Non abbiamo strumenti per farlo”) le famiglie costrette a cure costosissime e a un’esclusione sociale solo parzialmente lenita dall’esempio di Stefano Borgonovo, si chiedono perché. Giorgio Mariani non può più domandarselo. Aveva i capelli lunghi, fumava 100 sigarette al giorno e correva sulla fascia.
ALA, ALL’EPOCA in cui illudersi di volare aveva ancora un senso. Mariani stringeva verso il centro e negli allenamenti, trovava a contrastarlo Giancarlo Galdiolo, Cristo padovano che portò croce da stopper in Toscana per 229 volte. Erano duelli veri. Niente a che vedere con questo requiem vigliacco, con il Galdiolo affetto da “demenza frontale temporale” senza più corde vocali e muscoli che secondo i tre figli: “Batte i pugni sul tavolo e non capiamo cosa vuole”. Un uomo “Imprigionato dal suo corpo e dalla sua mente”. Un signore di 63 anni che fino a 24 mesi fa ancora giocava con gli amici. L’olio di canfora nell’angolo, gli abbracci dei compagni. Nella foto di gruppo sorridono. Ancora. Come ieri. Meno di domani.