Eduardo Di Blasi, il Fatto Quotidiano 10/12/2011, 10 dicembre 2011
CAMERA E SENATO FUGA PER LA PENSIONE
Per adesso le norme sulle pensioni, fortemente volute dal governo tecnico, non busseranno alle porte degli organi costituzionali. Fino a quando i regolamenti interni di Quirinale, Camera, Senato e Corte costituzionale (i dipendenti di Palazzo Chigi, l’altro organo cardine della Repubblica, rientrano nella norma generale per quanto riguarda la previdenza) non decideranno di propria iniziativa di recepire l’introduzione di un sistema contributivo e una serie di limiti per le pensioni di anzianità vicine al limite dei 41-42 anni fissati dal decreto “salva Italia”, i quasi 4 mila dipendenti delle principali amministrazioni della Repubblica possono dormire sonni tranquilli. Non tranquillissimi visto che appare evidente anche lì che l’aria sia cambiata per tutti, e non solo dagli ultimi mesi.
SE DAL QUIRINALE fanno sapere che la strada è segnata e che si procederà verso un’ulteriore riduzione della spesa, c’è un dato che è spia di questa tensione, e balza agli occhi subito: quello dei pensionamenti dei dipendenti delle Camere negli ultimi due anni e mezzo.
I numeri sono facilmente deducibili. Con il blocco del turn over, che è stato applicato anche a Palazzo Madama e a Montecitorio, basta fare una sottrazione per capire quanti siano scivolati verso il pensionamento prima che i cambiamenti dettati dalla crisi economica avessero effetto anche all’interno del Palazzo.
Da inizio legislatura c’è stata una vera e propria fuga. Alla Camera dei deputati dei 1821 dipendenti che prestavano servizio a inizio legislatura il 30 aprile del 2008, ne sono rimasti 1650. Al Senato, da circa 1050, oggi lavorano in 962, cui però si sono aggiunti 30 nuovi assistenti parlamentari all’inizio del 2010. E dire che a Palazzo Madama, dal punto di vista della contribuzione, i dipendenti avevano ricevuto uno “sconto” proprio sul capitolo della previdenza.
L’ALIQUOTA per il 2011 era passata dal 9,7 all’8,8, creando – è scritto nel bilancio 2011 del Senato – “conseguenti effetti di contrazione dell’apposito stanziamento iscritto sulle entrate del bilancio interno”, conteggiati in un milione e mezzo di euro in meno l’anno. Il balzo delle spese per i pensionamenti dei dipendenti dal 2010 al 2011, di contro, ha fatto un salto di quasi cinque milioni di euro, passando da 92,6 milioni a 97,1 (+4,91%). Nello stesso periodo, per capirci, il vituperato “vitalizio” per i senatori si è assestato: è passato da 80,1 milioni a 79,2, con un risparmio di 900 mila euro.
ORA È evidente che in questi casi non ci troviamo davanti a una cassa previdenziale che sul breve o lungo periodo rischia di crepare. Qui siamo davanti a una sorta di cassa continua che è sempre figlia del bilancio pubblico, ma che si organizza da sé. Il Quirinale fa da cassa ai propri pensionati, così come gli altri organi costituzionali. Quel fondo è alimentato in automatico dalle dotazioni che di anno in anno vengono trasferite a Quirinale, Consulta, Camera e Senato per il fabbisogno occorrente.
Ed è proprio dal Senato che si alza una prima voce per un adeguamento più rapido delle pensioni anche ai dipendenti degli organi costituzionali: “Mentre ancora una volta si chiede a famiglie, pensionati e contribuenti onesti di pagare il costo di una crisi sistemica imputabile alle banche d’affari, i tecnocrati si tengono stretti odiosi privilegi guardandosi bene dal sacrificarsi per salvare l’Italia – tuona il senatore Idv Elio Lannutti, capogruppo nella commissione Bilancio di Palazzo Madama del partito di Di Pietro – Le istituzioni dovrebbero dare l’esempio, ma quando si tratta di contribuire al risanamento costituiscono sempre l’eccezione alla regola. Le forze politiche responsabili non possono accettare in silenzio quest’ennesimo frutto avvelenato dell’oligarchia al potere”.