Riccardo Sabatini, Il Sole 24 Ore 10/12/2011, 10 dicembre 2011
LE BANCHE EUROPEE METTONO ALL’ASTA IL 3-5% DELLE ATTIVITÀ
La grande svendita è già cominciata. Pressate dai regulator per aumentare il loro capitale di vigilanza le banche europee, per il momento stanno avviando un poderoso deleveraging, cioè una riduzione delle proprie attività in portafoglio: partecipazioni, obbligazioni ma anche crediti. Un recente report Morgan Stanley ha stimato tra i 1.500 i 2.500 miliardi di euro gli asset che il sistema creditizio potrebbe cedere nei prossimi due anni, tra il 3 e il 5% del totale. Dentro c’è di tutto, da crediti incagliati (50-100 miliardi), crediti in bonis e obbligazioni di elevata qualità (500-1000 miliardi), tagli di attività (500-1000 miliardi) e di divisioni non appartenenti al core business (100-700 miliardi).
La stima è precedente all’ultimo "esercizio" dell’Eba (l’autorità bancaria europea) che giovedì ha ulteriormente elevato a 115 miliardi, di cui 15 relativi all’Italia, il bisogno di nuovo capitale per le banche del continente. Per il presidente dell’authority, Andrea Enria, occorre ricapitalizzare e non tagliare asset. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Vi sono tre buone ragioni – hanno spiegato gli analisti di Morgan Stanley – che spingono il mondo del credito verso una drastica cura di dimagrimento: le regole prudenziali di Basilea III che correlano il bisogno di capitale regolamentare ai rischi delle attività (riducendo quest’ultimi anche le necessità patrimoniali diminuiscono); l’attuale difficoltà di fare provvista di nuovi fondi; la debolezza patrimoniale indotta dalla crisi dell’euro zona.
Quanto sta avvenendo in queste settimane conferma i timori. UniCredit ha già annunciato cessioni per 48 miliardi, Commerzbank per 30 miliardi, Bnp ridurrà il suo bilancio patrimoniale del 10% compresi 82 miliardi di asset nei settori corporate e investment banking. Per tornare all’Italia Intesa Sanpaolo ha da tempo trattative in corso per cedere un portafoglio di crediti di 5 miliardi.
Chi è interessato a comprare? Sui crediti non-performing sono in primo luogo hedge fund (Fortress, Cerberus, Apollo) e società specializzate. Tra quest’ultime c’è Jupiter finance (Cir) che gestisce un portafoglio di crediti "difficili" di 2,4 miliardi. «La massa di crediti problematici – spiega l’ad Andrea Mignanelli – è aumentata dai 40 miliardi del periodo pre crisi ai 90-100 miliardi stimati per fine 2011. E non diminuirà certamente nei prossimi due anni». Ma la possibilità di cedere sofferenze – aggiunge – è legata a due fattori: la disponibilità di compratori e il prezzo di cessione (normalmente a forte sconto). Il problema è che la domanda rischia di non incontrare l’offerta perchè, in questo momento, lo sconto richiesto sul valore dei crediti si è ampliato per includere anche il "rischio Italia". Conclusione: «cedere pacchetti di crediti in un anno come questo rischia di essere molto complicato».
Ma la vera novità, sui crediti in bonis più che in quelli non performing, potrebbe essere rappresentata dall’ingresso di un nuovo operatore, le assicurazioni. Il mondo delle polizze, per le caratteristiche del suo ciclo economico (prima incassa i premi e poi paga i sinistri) non è afflitto dai problemi di liquidità delle banche, ma piuttosto, dalla composizione del suoi portafoglio d’investimento (25mila miliardi di dollari a livello globale a fine 2010). Che, a dispetto delle scelte di prudenza dei manager, stanno mostrando con la crisi tutta la loro fragilità. Ben il 48% degli asset detenuti dalle compagnie europee – è rimarcato in una recente presentazione dell’hedge fund Tenaxcapital – è correlato con i rischi sovrani. O direttamente con le esposizioni in titoli pubblici (36%) o indirettamente attraverso gli investimenti in bond di società finanziarie (12%).
Le compagnie stanno cercando di sottrarsi a questa morsa andando alla ricerca di asset che possano offrire rendimenti elevati con un sopportabile consumo di capitale. «I crediti delle banche – sottolinea Massimo Figna, fondatore di Tenax – potrebbero rappresentare una scelta attraente per investitori di lungo periodo come gli assicuratori. La loro redditività è significativa e l’onere del capitale di vigilanza, nel nuovo contesto di Solvency II, inferiore a quello stabilito sugli investimenti azionari». Non solo. In una prospettiva di aumento dei tassi, non così inverosimile considerando le spinte al rialzo dell’inflazione, i crediti bancari «con i loro rialzi limiterebbero la volatilità dei portafogli in titoli di stato». L’unica controindicazione? «La mancanza di esperienza nel gestire portafogli dei crediti. Per le compagnie sarebbe giocoforza servirsi di intermediari specializzati».
È un rischio che, comunque non frena "l’appetito" verso i nuovi asset. «Potremmo dare uno sguardo a quanto le banche in Europa possono mettere in vendita», ha detto recentemente Mamfred Seitz, direttore esecutivo international reinsurance del fondo Berkshire Hathaway. Ed anche il colosso tedesco Allianz è in movimento. «Siamo pronti a comprare asset», ha annunciato agli analisti il Cfo di Monaco Oliver Baete.