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 2011  dicembre 10 Sabato calendario

GLI ALTRI TRE EUROSCETTICI NON SEGUONO LONDRA

Il «no» britannico al nuovo trattato ha fatto nascere "l’euro-Schengen", il patto intergovernativo per una fiscalità rafforzata, un firewall più robusto, con 23 paesi già pronti ad aderire e tre dissidenti che hanno chiesto prima di accettare di conoscere il parere preventivo dei rispettivi Parlamenti. Un solo autoescluso: la Gran Bretagna, isolata dal Continente.
Ma perché la Svezia, l’Ungheria e la Repubblica ceca hanno preso tempo? Tre diverse posizioni di partenza ma con identiche prudenti soluzioni di arrivo. La Svezia è d’accordo con il rigore e la disciplina di bilancio, ma non crede nell’euro. L’80% degli svedesi vogliono tenersi la loro amata corona con cui hanno una politica monetaria indipendente. Stoccolma ha i conti in ordine ed è nell’Unione senza opt-out (che invece hanno Danimarca e Gran Bretagna) e quindi, se rispettasse tutti i parametri di Maastricht, dovrebbe entrare nell’euro. Per evitare l’ingresso indesiderato Stoccolma "manovra" la politica monetaria ad arte per mancare almeno uno degli obiettivi e poter restare fuori.
Diverso il caso della Repubblica ceca. Il presidente dello Stato, l’euroscettico Vaclav Klaus, ha definito «pragmatico» il risultato del summit di Bruxelles sull’euro e ha invitato a prendere tempo prima di correre in soccorso dell’euro, «un progetto sbagliato il cui prezzo continuerà ad aumentare in futuro». Secondo quanto reso noto ieri dal premier ceco, Petr Necas, Praga ha bisogno di tempo per riflettere. La Repubblica ceca infatti è nella Ue dal 2004 ma non fa parte dell’Eurozona, contenta di continuare a usare la propria moneta.
L’Ungheria del premier di centro destra Victor Orban ha fatto marcia indietro alla velocità della luce. Dopo un secco e perentorio «no» al nuovo trattato ha dato la colpa a un’errata traduzione degli uffici di Bruxelles della posizione espressa da Budapest e si è allineato ieri mattina a Svezia e Repubblica ceca. Orban ha capito di aver fatto un passo falso e che rischia il posto di premier, dopo aver sfidato in un duro braccio di ferro la Commissione Ue sulla famosa legge sulla libertà di stampa. Senza contare la norma sui mutui in franchi svizzeri che ha spostato il rischio cambio in capo alle banche, provocando non pochi malumori. Ora l’opposizione ungherese e parte del mondo del business, stanchi di essere rappresentati all’estero da un leader spesso criticato per le sue posizioni radicali e a volte demagogiche, spera in un governo tecnico che rimetta sulla strada europea il governo di Budapest, peraltro in grave difficoltà economica e con il fiorino sotto attacco costante della speculazione.