MARCO BRESOLIN, La Stampa 9/12/2011, 9 dicembre 2011
È saturo l’atollo-discarica delle Maldive - Cumuli di rifiuti maleodoranti ammassati per le strade, montagne di spazzatura che rischiano di scivolare in mare provocando chissà quale disastro ambientale
È saturo l’atollo-discarica delle Maldive - Cumuli di rifiuti maleodoranti ammassati per le strade, montagne di spazzatura che rischiano di scivolare in mare provocando chissà quale disastro ambientale. No, non è la Napoli dei tempi peggiori. Qui siamo alle Maldive, Paradiso terrestre della monnezza. Ogni settimana ondate di turisti arrivano a godersi il sole e il relax in uno dei posti di vacanza più incantevoli della Terra. Si portano via souvenir e ricordi indelebili. Il problema, però, è ciò che lasciano. E infatti ora è scattato l’allarme ambientale: «È una bomba ecologica». Nel 1992 il governo locale aveva creato un’isola artificiale, dove le barche lasciavano ciò che resta del turismo. Circa 300 tonnellate di rifiuti al giorno. Ma oggi a Thilafushi, l’isola-discarica che si trova a sette chilometri dalla capitale Malè, non c’è più spazio per la spazzatura. Le autorità locali hanno così deciso di vietare l’attracco delle barche «fino a quando sarà emanato un nuovo regolamento per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani». Il vicedirettore del ministero del Turismo, Moosa Zameer Hassan, ha ricordato che ogni hotel dovrebbe avere «un inceneritore, un compattatore, un trituratore per le bottiglie di plastica e un sistema per stoccare gli oli esausti». Tutto questo sotto le camere dei turisti? Non sia mai. E così i proprietari dei resort preferiscono caricare sacchi di monnezza sulle navi e portarli in quell’isolotto lungo circa sette chilometri e largo poco più di duecento metri. Tanto lì ci sono gli immigrati provenienti dal Bangladesh ad occuparsi di separare i rifiuti, tra i fumi degli inceneritori e le polveri delle numerose industrie di cemento che negli anni si sono insediate. Dieci anni a ripetere «fino a qui va tutto bene» e a ignorare l’allarme degli ambientalisti, i quali sostengono che il sottosuolo di Thilafushi si è impregnato di sostanze nocive come asbesto, cadmio e altri veleni. Senza contare il rischio inabissamento dovuto all’innalzamento degli oceani, frutto dei cambiamenti climatici. Ma la caduta, si sa, non è mai percepita come un problema. Ora, però, è arrivato il momento di preoccuparsi per l’atterraggio.