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 2011  dicembre 09 Venerdì calendario

EFFETTO EBA ANCHE SUI BIG USA

L’uno-due è stato da knock-out. Prima, le parole dell’eurogovernatore Mario Draghi, che ha definito gli acquisti dei bond governativi dei paesi Ue in difficoltà «né eterni né infiniti». Poi, la stima dell’Eba sulle ricapitalizzazioni delle banche europee alzata a 114,7 miliardi.
Il risultato? In quel di Wall Street le banche americane hanno reagito al ribasso. Bank of America per esempio, dopo la conferenza stampa del presidente di Eurotower, è passata da 5,88 dollari a 5,71. Poi ha recuperato un po’, fino alle prime notizie sui maggiori capitali richiesti agli istituti di credito del Vecchio continente. Lì BofA è scesa di nuovo all’ingiù. Un trend, peraltro, replicato da diverse altre società del credito statunitensi. In particolare dai grandi gruppi internazionali: da Morgan Stanley a JpMorgan fino a Citigroup.
La reazione, a ben vedere, non stupisce. «È il timore del contagio» spiega Luca Ramponi, direttore investimenti di Aureo gestioni. «La stretta sul capitale delle banche può avere un effetto prociclico, cioè creare ulteriori problemi sul fronte del credito europeo già in difficoltà». Il possibile credit crunch che, nel classico effetto domino, andrebbe a influire negativamente sull’industria finanziaria dell’altra sponda dell’Atlantico.
Più in generale, comunque, ieri hanno pesato timori sul destino finale della moneta unica. Un futuro che dopo le indicazioni della Bce, fors’anche volute per fare pressing sui leader Ue riuniti a Bruxelles, è parso a molti operatori sempre più complesso e delicato.
Alla fine, in un simile contesto, le banche statunitensi hanno reagito male. Soprattutto, quelle con un’esposizione diretta ai titoli di Stato, corporate bond e istituti finanziari dei Paesi periferici di Eurolandia.
Già, l’esposizione e gli Stati periferici: quali, però, gli istituti di credito Usa più coinvolti?
Secondo un report di Ubs, Jp Morgan alla fine di settembre 2011 vantava una gross exposure di 20,3 miliardi di dollari (15,1 quella netta). Più bassa, seppur non di molto, l’esposizione di Citi: si tratta di 16,5 miliardi che, però, scendono a 7,1 considerando l’attività di copertura (hedging). Maggiori, invece, gli «investimenti» diretti netti di BofA (13 miliardi), a fronte dell’esposizione di 2,1 per Morgan Stanley e 2,5 miliardi di Goldman Sachs. In linea generale – dicono gli esperti di Ubs – si tratta di cifre che possono essere «gestite» senza troppe difficoltà. Il vero dilemma, in realtà, è il rischio di controparte. «Il problema - afferma Ubs - è che le banche europee, nell’ipotesi di default di uno Stato o del break-up dell’euro, potrebbero non riuscire a sostenere le obbligazioni stipulate».
Al di là della spada di Damocle di Eurolandia, gli istituti americani, pressati dalla stessa Fed, hanno comunque da tempo avviato il proprio riassetto su un importante fronte: la riduzione della leva. BofA, per esempio, al 30 settebre 2011 vantava un leverage di 16,1 contro il 25,6 di fine 2007. Una diminuzione realizzata anche da Citi: la sua leva è passata da 31,2 a 13,1. La stessa JpMorgan, poi, ha ridotto la propria da 20,4 a 17,8. Insomma, su questo fronte la situazione è migliorata.
Un po’ diverso il discorso, invece, rispetto alla liquidità. Qui, infatti, il rapporto tra la raccolta (depositi) e gli impieghi (crediti e security) spesso non supera quella soglia del 100% individuata dalle ultime indicazioni di Basilea. Gli esempi? È presto detto: BofA vanta un ratio del 78% mentre Citi è al 91 per cento. Solo JpMorgan sembra stare meglio: il suo multiplo è del 103 per cento.
Una positività che, più in generale, sembra ritrovarsi quando dalle grandi banche internazionali si passa a quelle di medie dimensioni. Gli istituti locali, meno esposti agli umori dell’euro, hanno infatti messo alle spalle il momento peggiore. Le banche regionali a stelle e strisce, ricorda Ubs, dovrebbero aver già scontato il 65% delle perdite stimate. Alla fine, anche negli Usa, può valere il motto: piccolo è bello.