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 2011  dicembre 09 Venerdì calendario

ALLE BANCHE ITALIANE SERVONO 15,4 MILIARDI

Il pressing di gran parte dei banchieri italiani e dell’Abi – attuato con decisione nelle settimane scorse – per ammorbidire l’impatto delle pesanti ricapitalizzazioni imposte dall’Europa alle banche domestiche, non ha avuto fortuna. Ieri l’Eba, l’Autorità bancaria europea ha infatti di fatto confermato la portata delle ricapitalizzazioni richieste agli istituti italiani. Al contrario. Il fabbisogno complessivo è stato ulteriormente elevato. Non di molto a dir la verità, ma di certo quell’ammorbidimento non c’è stato. L’Eba chiede infatti oggi alle banche italiane di rafforzare il capitale per 15,36 miliardi, quando non più tardi di fine ottobre scorso la necessità era stabilita in 14,77 miliardi. Seicento milioni in più. Le richieste riguardano gli stessi istituti della prima stima. UniCredit, secondo l’Eba, ha bisogno di 7,974 miliardi (erano 7,4 miliardi un mese e mezzo fa), Mps ha una carenza di 3,267 miliardi; Banco Popolare per 2,731 miliardi; Ubi Banca si ferma a 1,393 miliardi, mentre Intesa Sanpaolo non ha esigenze di capitale aggiuntivo. Tutto confermato, anzi di fatto acuito in particolare per la sola UniCredit chiamata a uno sforzo aggiuntivo ulteriore. La banca ha già assicurato che, includendo la ristrutturazione dei Cashes e l’aumento di capitale recentemente annunciato, avrà entro giugno 2012 un capital buffer di 1,7 miliardi di euro come conseguenza di un Core Tier 1 ratio del 9,4% rispetto al livello richiesto del 9%.
Ora tutte le banche italiane ed europee dovranno sottoporre alle autorità nazionali entro il prossimo 20 gennaio i piani di azione che intendono attuare per raggiungere l’obiettivo indicato da attivare entro il giugno del 2012. Questa l’agenda che impone passi veloci per raggiungere gli obiettivi. Ma è ovvio che la conferma da parte dell’Eba dei fabbisogni chiesti alle italiane lascia perplessi sia l’Abi che le stesse banche coinvolte. La stessa associazione bancaria italiana ha inviato già ieri una lettera all’Eba per denunciare l’utilizzo di criteri di valutazione diversi per esaminare il grado di rischio delle singole banche europee. Posizione analoga l’hanno espressa anche le singole banche. Il Banco Popolare mette in guardia dai rischi sull’erogazione del credito alle famiglie e alle imprese derivanti dalle stime dell’Eba sul capitale, giudicando «non appropriata» la richiesta dell’autorità europea nei confronti di una banca, quale è il Banco, che svolge attività di credito a favore di famiglie e Pmi e i cui rischi sono «sostanzialmente» legati all’esposizione in titoli di Stato.
Il rafforzamento patrimoniale richiesto, si legge in una nota, «comporta infatti gravi impatti negativi per l’economia italiana, con specifico riferimento all’attività di erogazione del credito, nonchè distorsioni della concorrenza su scala europea e nazionale». Per questa ragione il Banco si augura che le previsioni dell’Eba «possano essere riviste quanto prima, prevedendo un diverso livello di Core Tier 1 per le banche domestiche a vocazione retail». Sulla stessa linea Mps che segnala che il target del 9% fissato dall’Eba «non appare appropriato per banche che svolgono quasi esclusivamente attività di credito a servizio delle famiglie e delle imprese e i cui rischi finanziari sono legati sostanzialmente all’esposizione verso titoli governativi italiani». Il tono è comune a tutte. Le banche italiane pagano di fatto dazio solo al fatto di avere un’esposizione ai titoli pubblici del Tesoro, non per la rischiosità del loro business. Che al contrario rispetto alle grandi banche d’affari del Nord Europa appare assai più solido. Basti pensare che gli attivi a rischio delle banche italiane sono in media al 50% del totale di bilancio, quando le grandi banche d’investimento arrivano a malapena al 30%. Come se le attività speculative sui titoli abbiano un rischio più basso che detenere titoli pubblici del Paese di riferimento. Una distorsione ottica che l’Eba continua ad alimentare.