Varie, 12 dicembre 2011
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 12 DICEMBRE 2011
«Gli storici segneranno sicuramente questa data: 9 dicembre 2011» (Timothy Garton Ash) [1]. «Non è proprio il caso che il normale cittadino stappi una bottiglia» (Mario Deaglio) [2]. Il vertice europeo che doveva salvare l’Europa si è concluso venerdì (nove ore di trattativa serrata fino alle cinque di mattina [3]) con uno storico accordo che dovrebbe portare entro marzo ad un trattato intergovernativo sull’Unione di bilancio. [4] Garton Ash: «Almeno 23, forse addirittura 26 Stati membri dell’Ue su 27 sono d’accordo nel volersi impegnare legalmente a tenere in parità i propri bilanci, accettando la giurisdizione della Corte europea di giustizia e seguendo programmi di riduzione del deficit da concordare con la Commissione europea. E ancora: per 17 membri della zona euro scatteranno sanzioni automatiche qualora il loro deficit dovesse superare la soglia del 3 per cento. Benvenuti nell’Europa tedesca». [1]
Nell’Europa tedesca i deficit pubblici nazionali avranno limiti stringenti. Deaglio: «I Paesi europei hanno accettato una vera e propria camicia di forza per le loro finanze: il comunicato finale dice chiaramente che i bilanci degli stati membri dovranno essere in pareggio (con un deficit massimo dello 0,5 per cento del prodotto interno) e che questo principio dovrà essere inserito nelle costituzioni dei singoli Stati. Lodevole proposito in una situazione normale, ma nuova complicazione in una situazione di crisi. A un simile risultato si arriverà lentamente ma, se il deficit pubblico supererà il 3 per cento del prodotto interno, scatteranno sanzioni quasi automatiche contro il Paese che non si adegua». [2] Marco Zatterin: «Una cura da cavallo uguale per tutti, che potrebbe non servire ai più deboli». [5]
La parola chiave del Consiglio europeo di venerdì è «fiscal compact», patto fiscale. Vittorio Da Rold: «Una definizione usata per la prima volta dal presidente della Bce Mario Draghi e fatta propria nel comunicato finale del vertice Ue per definire l’accordo intergovernativo sull’unione e disciplina di bilancio». [6] Adriana Cerretelli: «Insieme al presidente della Bce Mario Draghi, il cancelliere tedesco voleva un “fiscal compact”, un nuovo patto economico per l’eurozona che imbrigliasse tutti i suoi membri in una disciplina ferrea su risanamento dei conti pubblici e riforme strutturali per rilanciare crescita e competitività. Salvo incidenti di percorso, l’avrà entro marzo quando il nuovo accordo intergovernativo arriverà al capolinea». [7]
Nell’Europa immaginata venerdì, la Germania potrà dormire sonni finalmente più tranquilli sull’euro. Cerretelli: «È l’Europa si arrenderà, de jure e de facto, alla svolta bismarkiana che con il tempo ne cambierà radicalmente i connotati. In cambio di cosa? Il rigore draconiano, l’intrusione diretta nelle politiche di bilancio e nelle decisioni dei parlamenti nazionali, che investirà tutti ma in particolare un Paese pesantemente indebitato come l’Italia, per ora non trovano sicure contropartite di solidarietà collettiva. Nella migliore delle ipotesi, restano tutte da verificare. Certo c’è la marcia indietro sul coinvolgimento delle banche private nella crisi del debito sovrano. C’è l’impegno a verificare in marzo l’adeguatezza delle risorse a disposizione del Fondo salva-Stati». [7]
L’accordo di venerdì non parla della Bce. Cerretelli: «Come prevedibile, ma la linea Draghi almeno ufficialmente non promette di alleggerire più di tanto le tensioni su bond e spread. Unico impegno chiaro, da confermare entro 10 giorni, l’aumento fino a 200 miliardi delle risorse del Fmi da girare, se del caso, ai Paesi in difficoltà. Gesto concreto che privilegia però il ruolo di un organismo internazionale rispetto ai paralleli strumenti di solidarietà europea. Basterà una tabella di marcia ben congegnata, sotto la leadership politica di una Germania debordante, a convincere i mercati che l’euro è diventato un fortino inattaccabile?». [7] Andrea Bonanni: «Il grosso delle decisioni in materia viene rinviato al Consiglio europeo di marzo, quando si discuterà di euro-bond e quando si deciderà un eventuale rafforzamento del nuovo fondo salva stati». [4]
Quello raggiunto venerdì è un tacito accordo. Bonanni: «Prima di mollare sui soldi e di fare concessioni alla necessaria solidarietà comune, la Cancelliera vuole incassare a marzo la garanzia giuridica del Trattato, da vendere alla propria opinione pubblica come prova della conversione europea al rigore teutonico. Non a caso venerdì il presidente Monti, che nel corso dell’incontro ha difeso strenuamente l’idea degli euro-bond, si è rallegrato per “i segnali di evoluzione” da parte tedesca “anche se non trovano espressione scritta nel comunicato finale”. Il sollievo dei mercati e della Bce, del resto, sembra confermare l’essenza di questa intesa non detta tra la Germania e il resto d’Europa, che dovrebbe dare alla moneta unica la rete di sicurezza finora mancante». [4]
Se fino a venerdì la Merkel era il “cattivo” d’Europa, adesso ha ceduto la carica a David Cameron, leader britannico tornato a casa «con l’onta di aver fatto fallire un’intesa che poteva essere a 27, per magri interessi di bottega». [8] «Un trattato per salvare l’euro può spaccare l’Europa» ha titolato il New York Times («Berlino unifica il resto dell’Europa sotto il suo controllo, con la Gran Bretagna praticamente fuori»). [9] Jean-Paul Fitoussi, docente all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi: «Il problema è che la maggior risorsa della Gran Bretagna è l’industria finanziaria, e un effetto collaterale di questa nuova disciplina potrebbe essere una maggior regolazione dei mercati finanziari. Allora il premier britannico ha detto: non possiamo rischiare di sottometterci a regole più rigide che compromettano la concorrenzialità globale dei nostri servizi finanziari». [10]
A causa del no inglese il nuovo Trattato non sarà un testo Ue, ma un semplice accordo intergovernativo. [11] Garton Ash: «Paradossalmente, il veto opposto da Cameron a un cambiamento del trattato che riguarda l’intera Ue implica che la riforma quasi certamente avverrà in tempi rapidi. L’Irlanda potrebbe indire un referendum su questo nuovo trattato e gli irlandesi potrebbero rispondere in senso negativo. I danesi e i cechi potrebbero infuriarsi. A differenza di un cambiamento al trattato Ue, che esige l’unanimità, tutto ciò potrebbe significare semplicemente che uno o due paesi in più vi aderiranno e uno o due in più ne resteranno fuori». [1] Bonanni: «Il prossimo vertice europeo di gennaio, per discutere il nuovo trattato, si terrà a Ventisei: Londra non sarà invitata. Questa ennesima esclusione non potrà che accentuare la questione della permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea». [4]
Venerdì «le Borse hanno brindato a quella che considerano, nel loro orizzonte di brevissimo termine, come la fine di un periodo di incertezza» (Deaglio). [2] Un «analista di spicco del mercato dei titoli» citato da Garton Ash: «Con le arterie della zona euro ostruite e il cuore che sta per cedere, la Bce ha detto di non essere competente in materia di interventi chirurgici di bypass, mentre gli Stati membri si sono impegnati a una dieta da fame. Mi sorprende che i mercati non reagiscano più negativamente e credo che lo faranno più avanti». [1] Bill Emmott, ex direttore dell’Economist: «Questo accordo risolve il problema sbagliato. Attraverso l’accordo fiscale cerca di prevenire nuovi guai ma non risolve quelli presenti». [12] Fitoussi: «È una vittoria della dottrina liberale che dice che il bilancio va portato in equilibrio qualsiasi siano le circostanze più che una vittoria tedesca. È un piccolissimo passo verso una politica europea che finalmente aiuti gli Stati membri a crescere e svilupparsi: ma è troppo poco, e troppo tardi». [10]
L’accordo di venerdì spinge alla stabilità fiscale ma trascura le proposte volte ad aiutare la crescita, come quella di Mario Monti di escludere le spese per infrastrutture dal computo del deficit. [8] Per questo i commenti americani si limitano allo «scampato pericolo»: la sfida della fiducia non sarà vinta finché la Bce non userà una “potenza di fuoco” tale da difendere il sistema bancario contro i rischi di crac, intervenendo sul mercato dei titoli di Stato con maggiore determinazione. Rampini: «E poi Obama non si stanca di ricordare agli europei che il loro problema è la crescita. Se non rilanciano la crescita, non solo si aggraveranno i problemi sociali come la disoccupazione, ma lo stesso debito pubblico salirà anziché decrescere: sia per l’effetto “aritmetico”, essendo calcolato in proporzione al Pil; sia perché la nuova recessione farà risalire la spesa pubblica automatica legata agli ammortizzatori sociali, mentre ridurrà le entrate fiscali». [9]
A questo punto, l’interrogativo diventa politico. Deaglio: «È socialmente sostenibile una simile situazione, oppure i governi europei rischiano di essere travolti da una protesta sociale tanto più grave quanto più disordinata e priva di larghi orizzonti? Quanto dirompente potrebbe essere una simile protesta?». [2] Jean-Marie Colombani, ex direttore di Le Monde: «Diciamo che ci sono ragioni per sperare, ma vedo due grandi spettri: il 1914, quando scoppiò una guerra spaventosa che non era nell’interesse obiettivo di nessuno, e il 1930-32, quando la Germania si ostinò su una politica deflattiva che portò alla recessione e agli orrori successivi che sappiamo. Troppa austerity senza crescita, oggi, asseconderebbe i populismi di destra e di sinistra che sono già pronti ad approfittare della situazione». [13]
Note (tutte le notizie sono tratte dai giornali del 10/12): [1] Timothy Garton Ash, la Repubblica; [2] Mario Deaglio, La Stampa; [3] Ivo Caizzi, Corriere della Sera; [4] Andrea Bonanni, la Repubblica; [5] Marco Zatterin, La Stampa; [6] Vittorio Da Rold, Il Sole 24 Ore; [7] Adriana Cerretelli, Il Sole 24 Ore; [8] Tonia Mastrobuoni, La Stampa; [9] Federico Rampini, la Repubblica; [10] Eugenio Occorsio, la Repubblica; [11] Alberto D’Argenio, la Repubblica; [12] And. Mal, La Stampa; [13] Stefano Montefiori, Corriere della Sera.