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 2011  dicembre 09 Venerdì calendario

SE IL GRANDE SEDUTTORE ALLA FINE VIENE ASSOLTO —

«Che storia è questa», direbbe il povero Leporello vedendo il padrone salvarsi dalle fiamme e le donne-stalker precipitare all’inferno. Com’è possibile che la «prima» della Scala deberlusconizzata, dell’era tecnica di Mario Monti metta in scena un Don Giovanni dissoluto impunito per non aver commesso il reato? Il regista è proprio lui, Carsen: celebrato dall’intellighenzia quando mise in scena Berlusconi in mutande nel Candide, ora assolve la categoria degli sciupafemmine. Con buona pace delle scontate interpretazioni psicologiche lette in questi giorni. E lo assolve così esplicitamente che, oltre al convitato di pietra che sale sul palco Reale, sembra aleggiare nell’aria un altro convitato di pietra, quello che Carsen mise in mutande e che, ieri, ha indirettamente assolto nei comportamenti privati.
Il dissoluto assolto è un’opera di Azio Corghi. Ma da oggi è anche il «titolo teorico» di questa messa in scena di Carsen. Si può accettare la sua interpretazione? Beh, se l’accetta (con riserva per le scene) Francesco Saverio Borrelli, potrebbe non sostenerla Vittorio Sgarbi? Sì per una volta sono uniti nel sostenere che «Don Giovanni non è un reo. Il suo è solo vitalismo». «Nel Candide Carsen fece un facile sberleffo demagogico verso la politica, che venne cavalcato dalla sinistra – racconta Sgarbi - Questa volta, in piena libertà si fa una beffa del politically correct e assolve i don Giovanni di tutto il mondo. L’intuizione migliore di questa modesta regia è il finale, corrispondente al vero spirito di Mozart, con Don Giovanni che vince sui moralisti». Da qui l’imbarazzo di alcuni commentatori, chiamati a tenere in equilibrio la celebrazione per la messa in scena e la critica per l’interpretazione, che fa capolino in accuse di «maschilismo» (Aspesi) di «don giovannismo di tutti gli uomini» (Feltrinelli)... «Questi commenti – continua Sgarbi - sono legati alla stagione di Strehler, che nella sua messa in scena voleva punire Don Giovanni. Il loro è il tipico tribunale dell’ipocrisia. I commenti su questa prima sono in gran parte senza critica, perché una parte politica si sente ormai liberata da Berlusconi e non fa più un uso politico della cultura. Se fosse ancora premier Berlusconi avrebbero condannato l’opera. Senza lui, l’opera diventa solo racconto, teatro, quindi reputata accettabile. I moralisti, come il commendatore, hanno un ruolo negativo nella messa in scena di Carsen: lui finisce sul palco reale tra Napolitano e Monti mentre un Don Giovanni-Berlusconi sul palcoscenico fuma e se la ride del governo tecnico chiamato a prendere decisioni impopolari».
Beh, se il governo tecnico dovesse anche porre fine al cortocircuito della riduzione della cultura a politica «sarebbe un buon risultato», commenta Fabrizio Rondolino. «Ma mi sembra strano che venga da osservatori che, per vent’anni, hanno inondato la cultura di interpretazioni politiche. Tra gli effetti collaterali dell’antiberlusconismo – continua – temo il ritorno della morale e dei mutandoni. Che l’Italia sobria e rispettabile si ritrovi, involontariamente, tra i suoi primi atti simbolici un Don Giovanni sdoganato e socialmente accettabile è buona cosa... ma allora era accettabile anche la vita di Berlusconi».
Chi giunge a una lettura ancora più complessa della messa in scena scaligera è il critico d’arte (e interprete alla Scala in un’operetta) Philippe Daverio. «Don Giovanni assolto è la metafora dell’Occidente che cerca di autoassolversi attraverso il suo maggior teatro. Quello che viene salvato non è solo Berlusconi, ma l’Occidente della crisi. Per Carsen e l’elité internazionale della Scala, Berlusconi è una curiosità – continua Daverio -. A loro interessa autoassolvere l’Occidente dal peso dei suoi crimini. Mille e tre non sono le donne di Don Giovanni, ma le banche che hanno comprato subprime e derivati. L’Occidente cerca un’autoassoluzione sperando di evitare una grande punizione per la sua perdita di potere, per un capitalismo che non funziona. E la Scala lo assolve, con Mario Monti in sala e con il commendatore al suo fianco che rappresenta questa crisi». Una lettura che ha contatti con la realtà del tempo in cui venne composta l’opera. Era l’ottobre del 1787. L’impero asburgico entrava in una crisi economica a causa della guerra contro i Turchi. E i soldi per i teatri furono centellinati.
Pierluigi Panza