Paolo Valentino, Corriere della Sera 09/12/2011, 9 dicembre 2011
PANE NERO, VODKA E SAUNA RUSSA. QUELLA CENA CHE CANCELLO’ L’URSS —
Era stato un solo, lunghissimo desinare. Per l’intera giornata, mentre loro discutevano, litigavano, correggevano le bozze preparate dagli esperti, la tavola del negoziato era rimasta imbandita, colma di zakushki, i tradizionali antipasti russi: lardo, carne, salumi, pesci affumicati, verdure, burro, pane nero. Alla fine erano andati tutti e tre alla banya, esausti e come vuole la leggenda anche un po’ storditi dalla vodka.
Forse Boris Eltsin, Leonid Kravchuk e il padrone di casa Stanislav Shushkevich non si rendevano ancora pienamente conto dell’enormità dell’impresa, consumatasi nella dacia statale di Viskuli, tra le betulle innevate della Belovezhskaya Pushcha. Loro, i primi presidenti democraticamente eletti di Russia, Ucraina e Bielorussia, avevano appena cambiato la Storia del mondo, firmando il documento che segnava la fine legale dell’Unione Sovietica, lo scioglimento del primo Stato comunista.
Erano arrivati la sera prima, accompagnati da stuoli di collaboratori, mentre a Milano Riccardo Muti si apprestava ad aprire la stagione lirica della Scala con il Parsifal di Wagner. E probabilmente avevano in testa soltanto una vaga idea dello strano Graal di cui erano in cerca. Ma nell’arco di meno di 24 ore avevano finito per trovarlo. L’8 dicembre 1991 fu il giorno nel quale l’accordo della foresta bielorussa sancì «la cessazione dell’Urss in quanto entità statale» e la nascita al suo posto di un’eterea Comunità degli Stati Indipendenti. Diciassette giorni dopo, nella notte del 25 dicembre, la bandiera rossa veniva ammainata al Cremlino e sostituita dal tricolore di Pietro il Grande.
Sono passati vent’anni, un battito di ciglia nella prospettiva storica. Ma due decenni densissimi di «harte Wendungen», le svolte brusche fissate da Paul Klee nei suoi quadri. L’interpretazione di quegli eventi è oggi più che mai oggetto di controversie feroci. Fu, il crollo dell’Unione Sovietica, «una delle maggiori catastrofi geopolitiche del ventesimo secolo», come ebbe a dire l’ex e futuro presidente russo, Vladimir Putin? Seppe l’Occidente valutare in pieno tutte le implicazioni di quella rottura? Furono adeguate le nostre reazioni? Fu lungimirante la gestione dei rapporti con Mosca negli anni seguenti?
Ripercorrere quel passaggio decisivo, con l’aiuto di alcuni protagonisti, può essere esercizio utile, anche se non risolutivo: come diceva Zhou Enlai a proposito della Rivoluzione francese, è «ancora prematuro» apprezzare tutte le conseguenze di quegli avvenimenti.
Gennady Burbulis aveva allora 45 anni. Era lo stratega politico di Boris Eltsin, il primo vice di Corvo Bianco, ed era considerato dagli avversari l’eminenza grigia del leader russo, che in agosto dall’alto di un carro armato aveva guidato la resistenza al golpe anti-Gorbaciov. Oggi, abbandonata la politica, presiede il Centro studi «Strategia». Ha lo stesso fisico asciutto e lo sguardo esaltato, che ricordavo da quegli anni. Burbulis è stato da sempre un bersaglio privilegiato: dei nostalgici, compresi i «nostalgici democratici» alla Putin, che gli rimproverano di aver liquidato l’impero. E dei gorbacioviani, i quali considerano l’incontro in Bielorussia come la proditoria pugnalata alle spalle del loro tragico eroe.
Un’accusa che respinge con forza: «Quando dicono che abbiamo ucciso l’Unione Sovietica, mentono di fronte alla Storia, pronunciano un nonsense giuridico. La decisione presa nella Belovezhskaya Pushcha aveva una legittimità impeccabile, perché fondata sul consenso incondizionato delle nostre popolazioni. Quanto all’Urss, la sua Chernobyl politica era stato il putsch dell’agosto 1991: furono i golpisti a scriverne l’epitaffio».
La sua ricostruzione parte da una firma mancata, quella del nuovo Trattato dell’Unione, prevista per il 20 agosto 1991, ma che l’ala dura del Pcus aveva fatto saltare con il suo colpo di mano. «Non era nelle nostre intenzioni smembrare l’Urss, volevamo riformarla ed eravamo d’accordo con Gorbaciov. Ma dopo il golpe il processo di disgregazione fu inarrestabile. Già in autunno, nessun istituto dell’apparato sovietico era in grado di funzionare».
Ed è interessante che almeno questa parte dell’analisi venga condivisa anche dai fedelissimi del leader della perestrojka: «L’Urss non poteva più esistere come prima, doveva mutare. Il golpe fu un atto criminale, se il 20 agosto avessimo firmato il Trattato, la Storia sarebbe andata diversamente», mi dice Anatoly Chernyaev, braccio destro di Gorbaciov in quello scorcio finale.
Il colpo di grazia furono i referendum sull’indipendenza del 1 dicembre a Kiev e in Kazakhstan. Soprattutto gli ucraini, sotto la guida di Kravchuk, rifiutarono ogni discussione sul futuro dell’Unione nel contesto sovietico, confermando così la profezia di Lenin: se perdesse l’Ucraina, l’Unione perderebbe la testa. «Il consenso della Belovezhskaya era l’unica strada rimasta, per tenere tutti dentro, anche le repubbliche più ostili a ogni legame, come Azerbaigian, Moldavia e Armenia. Ma non per questo dobbiamo sottovalutarne l’importanza storica: firmando quel testo, che recepiva quasi tutti gli elementi del Trattato già negoziato con Gorbaciov, abbiamo garantito uno scioglimento pacifico dell’Urss ed evitato una guerra civile sanguinosa per la spartizione dell’eredità sovietica. Inoltre, per la prima volta nella Storia, un gruppo di Paesi ha deciso di rinunciare alle armi nucleari, accettando la Russia come erede legale dell’Unione Sovietica e trasferendo sul suo territorio tutto l’arsenale atomico».
Tremavano le mani a Gennady Burbulis, che fu tra i firmatari dell’accordo. Il figlio di un immigrato lituano, che aveva servito nelle forze missilistiche e vissuto il disgelo di Krusciov e la stagnazione di Breznev, sottoscriveva la fine della patria sovietica: «Una tragedia morale, il giorno più difficile della mia vita, ma anche la convinzione di porre fine a un impero, che era stato feroce specialmente nei confronti del suo popolo».
Vent’anni dopo, Burbulis ammette che molte speranze di allora sono andate deluse. «Volevamo fare meglio e abbiamo fatto come al solito», dice citando la popolare battuta di un ex premier russo. Troppe energie dedicate a risolvere i problemi di potere interni, invece di sviluppare una vera integrazione della nuova comunità. Errori macroscopici nel processo di privatizzazione, trasformatosi in un gigantesco schema di corruzione. E non ultimo, il voltafaccia dell’Occidente: «Qualcuno ha avuto paura, anni dopo me lo hanno detto in tanti: se avessimo aiutato la Russia, sarebbe rinata potente come la Germania e il Giappone nel Dopoguerra. Non ci fu un Piano Marshall per noi. E fu un grave errore: avevamo liberato il mondo da un impero pericoloso e contavamo sul sostegno della comunità internazionale, pensavamo a una Russia ancorata all’Europa». Non dovete stupirvi, è la morale di Gennady Burbulis, se oggi sulla Moscova qualcuno coltiva sogni di grande potenza: «È la reazione a quella posizione miope dell’Occidente, ci dicono che Europa e America riconoscono solo la legge del più forte. Ma da noi la forza si traduce nel brandire le armi», dice, con riferimento neppure tanto velato alle ambizioni neoimperiali di Vladimir Putin.
Paolo Valentino