Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  dicembre 09 Venerdì calendario

BENI CHIESA, COME STANNO LE COSE

La polemica, montata inattesamente e trasversalmente con la campagna sintetizzata nel motto «la Chiesa paghi l’Ici» richiederebbe, preliminarmente, alcune precisazioni fondamentali, che non sono soltanto linguistiche.

Si fa spesso riferimento al «Vaticano»: sarà anche comodo giornalisticamente, ma la Città del Vaticano non ha che fare con la vicenda, posto che è uno Stato sovrano e all’interno del suo territorio si regola come crede.

Attenzione pure a non parlare di «Vaticano» intendendo «Santa Sede». Esistono, infatti, i Patti lateranensi con le loro esenzioni da tributi proprio riguardo immobili di proprietà della «Santa Sede», quasi tutti in Roma.

Anche il termine «Chiesa» è improprio, perché non è la «Chiesa cattolica» cui si vorrebbero imporre pagamenti d’imposte. Tecnicamente, bisognerebbe parlare di «enti ecclesiastici». Viene qui avanti una disposizione dell’accordo, nel 1984, di revisione del concordato: «Agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tali scopi, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione. Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggetto, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime» Molto chiaro.

Ecco che allora la polemica può essere ricondotta nei suoi precisi confini. Si tratta, essenzialmente, dell’art. 7, comma 1, del d. lgs. n. 504 del 1992, relativo alla finanza degli enti territoriali, che alla lettera i) esenta gli immobili «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» utilizzati da enti che «non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali». È noto che la questione s’incentra su quell’avverbio «esclusivamente», poi interpretato autenticamente (con travagliato iter passato attraverso più governi) così da estenderlo alle attività «che non abbiano esclusivamente natura commerciale». Tale norma è stata foriera di non pochi ricorsi alle commissioni tributarie da parte di enti ecclesiastici utilizzatori d’immobili destinati ad albergo, ospedale, clinica, ristoro.

Va tuttavia rammentato che la norma non riguarda soltanto la «Chiesa». Riguarda tutte le confessioni religiose. Riguarda tutti gli enti non commerciali. Carmelo Palma, direttore dell’associazione Libertiamo (radicali oggi schierati con Fli) ha correttamente annotato che l’esenzione favorisce sì «un albergo della Chiesa con qualche stanza gratuita per i pellegrini», ma altresì «un ristorante dell’Arci che riservi, nel retrobottega, una saletta per far giocare a carte gli anziani del paese. In questo caso non è l’attività commerciale a servire a fini sociali, ma quella benefica a servire a fini fiscali.» Si tratta di vedere se l’offensiva in atto si arresterà di fronte alla possibilità di danneggiare potentati sportivi, sindacali, politici, culturali.

Da parte sua il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, si è espresso con curiale perfezione: «Il problema dell’Ici è un problema particolare: un problema da studiare e da approfondire». Splendida aria fritta, abituale a chi è avvezzo a rinviare i problemi con l’imperativo latino «dilata» (=rimanda) e che, ragionando in termini di secoli come sempre ha saputo fare la Chiesa cattolica, guarda a un futuro molto lontano. In verità non c’è da studiare e da approfondire nulla: basterebbe riscrivere la norma incentrata sull’avverbio «esclusivamente».