Alessandro Carlini, Libero 9/12/2011, 9 dicembre 2011
IL CLIMA NON SCALDA PIÙ SNOBBATO IL VERTICE VERDE
C’era un tempo, non molto lontano, in cui il protocollo di Kyoto era considerato come l’unico punto di riferimento nella politica ambientale dei governi. La salvezza del pianeta, dicevano, passava proprio da quel documento sottoscritto nella città giapponese nel dicembre 1997. Ma 14 anni dopo sembra proprio che le nazioni abbiano altri problemi da risolvere con grande urgenza, prima di tutto la crisi economica che ha colpito Europa e Stati Uniti. È passata quindi quasi inosservata la XVII Conferenza mondiale dell’Onu sul cambiamento climatico, che si chiude oggi a Durban, in Sudafrica. Non ha di certo occupato le prime pagine dei giornali e nemmeno gli spazi televisivi, anche perché le precedenti conferenze si erano chiuse con accordi di poco conto. Non è bastata la presenza delle solite “green-star”, come gli attori Leonardo Di Caprio e Angelina Jolie, e l’ex vice-presidente degli Usa, Al Gore, diventato attivista più che altro per racimolare qualche soldo dopo la fine della sua carriera politica.
A snobbare il summit di Durban sono stati in primo luogo i leader dell’Occidente, che hanno mandato i loro delegati e si sono tenuti lontani da una materia, quella dell’ambiente, che in questo momento può solo aggiungersi come problema e ostacolo al salvataggio delle loro economie. Ci pensano due volte prima di mettere ulteriori vincoli a una produzione industriale in crisi, o a gettare altri soldi nel calderone della “green economy”. A partire proprio dagli Stati Uniti, che nei giorni scorsi si sono opposti con forza all’ipotesi di un nuovo accordo sul clima per il 2015 e vorrebbero rimandare tutto al 2020.
Il Paese che più inquina al mondo e che non ha mai ratificato il protocollo di Kyoto, ieri ha fatto qualche concessione nei negoziati di Durban ma non si può certo definire come uno strenuo difensore dell’ambiente. Questa settimana, un cartello di 16 dei principali gruppi ecologisti (Greenpeace, WWF, Oxfam, tra gli altri) ha inviato una lettera al segretario di Stato, Hillary Clinton, che da lontano supervisiona le trattative: le associazioni hanno ricordato che proprio il presidente, Barack Obama, entrando alla Casa Bianca nel 2009, aveva promesso una linea nuova degli Usa in tema di ambiente.
«Ma tre anni più tardi, l’America rischia di essere considerata non un leader globale, ma il maggior ostacolo al progresso». Le associazioni hanno chiesto alla delegazione statunitense di farsi da parte e non ostacolare una difficile intesa, ma evidentemente l’industria dei combustibili fossili esercita ancora un’enorme influenza sul governo americano. I delegati di Washington ieri hanno detto di appoggiare la proposta europea di una “tabella di marcia” verso un nuovo accordo sulle emissioni inquinanti. Ma restano da decidere i tempi, che sono cruciali visto che Kyoto si conclude nel 2012.
Obama, dal canto suo, non solo non sta mantenendo le sue promesse elettorali in ambito internazionale, mail suo sogno di una rivoluzione verde sta costando miliardi ai contribuenti americani. Ha messo a disposizione del settore 80 miliardi di dollari, con risultati a dir poco scoraggianti. Una dopo l’altra le aziende che hanno ricevuto i soldi dello Stato sono state costrette a chiudere o lo faranno presto. Come la californiana Solyndra, specializzata nella produzione di pannelli fotovoltaici, che ha dichiarato fallimento riportando un debito da più di 780 milioni di dollari. Per non parlare del settore delle auto elettriche, che ha ricevuto 5 miliardi di contributi da Obama.Il progetto della Casa Bianca è quello di avere un milione di questi veicoli sulle strade entro il 2015. Ma quest’anno sono stati venduti solo 16.800 dei modelli più popolari: si tratta della Chevrolet Volt e della Nissan Leaf, progettate prima dell’arrivo di Obama alla Casa Bianca. Addirittura gli americani tornano a comprare i pick-up in massa: le vendite su base annua sono in aumento del 25-35% per alcuni modelli.
Il presidente aveva anche promesso norme più severe sui gas inquinanti ma poi si è piegato alle pressioni di repubblicani e industriali. Fra i critici, Robert Redford, che ha minacciato di non rivotarlo se non s’impegna di più sul fronte dell’ecologia.
Alessandro Carlini