NATALIA ASPESI , la Repubblica 8/12/2011, 8 dicembre 2011
Se alla Scala debutta la sobrietà bipartisan - Mai si era visto alla Scala un trionfo istituzionale così bipartisan, un evento davvero inusitato, un rassicurante messaggio politico di coraggio e concordia, in tempi cupamente difficili come questi
Se alla Scala debutta la sobrietà bipartisan - Mai si era visto alla Scala un trionfo istituzionale così bipartisan, un evento davvero inusitato, un rassicurante messaggio politico di coraggio e concordia, in tempi cupamente difficili come questi. ソViva il Presidente!´ è stato il grido salito dalla platea in piedi e tutta osannante verso il palco presidenziale. Dove i presidenti erano addirittura quattro, ma era chiaro che la passione dei melomani e dei mondani, dei più diversi orientamenti politici, era soprattutto riservata a quello della Repubblica, Giorgio Napolitano accompagnato dalla signora Clio, in pizzo da gran sera. Più abile nello sfuggire veloce, pur sorridendo magnanimo, alla pressione della folla profumata e di qualsiasi telecamera gli si ponesse davanti, il presidente del Consiglio Mario Monti, con signora Elsa, in broccato haute couture: mentre quello della Regione Lombardia, un Formigoni impeccabile simile a un esemplare Don Giovanni dedito soprattutto a sedurre la politica, non risparmiava commenti benedicenti. Tutti assiepati nel palco centrale, oltre ad alcuni ministri nuovi di zecca, c´era pure un quarto presidente, quello della provincia di Milano, Guido Podestà con signora in arancione. Seminascosto da questa rara abbondanza di presidenti, svettava il sindaco Giuliano Pisapia con sua moglie Cinzia, in Armani nero par condicio, avendo lo stilista vestito gli anni scorsi l´allora sindaca Moratti. Presente, in platea, a rappresentare contemporaneamente l´ex primo ministro Berlusconi e il Milan, c´era anche, carina e contenta, Barbara con il bel Pato. Incorniciata da rose e tuberose, la piccola folla nel palco istituzionale, mancando un´autorità leghista, è scattata in piedi tutta insieme appassionatamente, quando Daniel Barenboim si è gettato sull´Inno di Mameli con foga sublime, prima di attaccare il sublime Mozart. Intrappolato da giorni dal molesto ordine, "Sobrietà", il pubblico quasi tutto pagante (quest´anno causa nera crisi, inviti col contagocce, quindi molti brontolii della moltitudine questa volta esclusa dal biglietto gratuito) dopo numerose consultazioni anche tra signore delle istituzioni, aveva poi deciso eroicamente che era più patriottico, più consono ai sacrifici (forse) di tutti, e alla mannaia sui pensionati non necessariamente scaligeri, sfoggiare il massimo lusso al solo scopo di dar subito una spinta all´eventuale futura ripresa economica, e anche per far capire agli ospiti stranieri, di che forza d´animo sono capaci gli italiani (doviziosi) anche in situazioni di estremo disastro economico: quindi gioielli, pellicce, abiti lunghi con strascico, broccati, leopardamenti, piume, persino fiori nei capelli, e una moltitudine di poppe giganti esposte in stile Valeria Marini (come sempre presente). In un clima così festoso, tutto baci e complimenti, una pausa su un altro pianeta, il Don Giovanni non poteva che entusiasmare molti e imbufalire i soliti. Anche se pochi minuti prima della fine dell´opera, quando si sono accesi fragorosi applausi per tutti, c´era stato un attimo di educato sconcerto per una imprevista bizzarria: infatti, essendosi il regista canadese Robert Carsen innamorato del mitico sciupatore di donne, ecco che il dissoluto in giacca da risposo di velluto rosso, anziché perire tra le fiamme dell´inferno, osservava ironico le sue donne e i meschini uomini loro rimasti, e faceva un lento segno di pollice verso. Così mentre il vendicativo gruppetto cantava festoso, "Questo è il fin di chi fa mal!", erano proprio loro ad essere puniti, sprofondando sottoterra, mentre l´infaticabile seduttore che pare Rocco Siffredi (ed è l´agile, elegante, biondo baritono svedese Peter Mattei), gettato sui loro corpi il mozzicone di sigaretta, se ne andava, solo e misterioso, certamente a fare altri guai. A dare l´esempio di necessario ottimismo, anche gli uomini delle istituzioni erano in smoking, più abituati Napolitano e Monti, mentre Pisapia aveva passato qualche notte insonne causa vecchi patemi d´animo di sinistra, rimuginando se era il caso, anche solo per onorare la sua prima apparizione alla Scala come sindaco e come presidente della fondazione del teatro, di indossare un simbolo della borghesia immemore, per tradizione immaginata come quella grassa e crudele disegnata da Grosz. Poi lo ha illuminato la lettura di un vecchio articolo di Paolo Grassi, che elogiando lo smoking, riteneva sbagliato che per essere socialisti si dovesse sembrare dei pezzenti. «In più lo indossava l´altra sera da Fiorello anche Begniniソ». Per quanto avvertiti, c´era stato tra gli occupanti del palco presidenziale un attimo di smarrimento quando tra di loro si era improvvisamente materializzato un´austero sudcoreano in frac e barba grigia, con lo sparato tutto sporco di sangue: risultato poi essere il famoso Commendatore assassinato (il sudcoreano Kwangchui Youn) che in piedi, affacciato al parapetto, attraversava con la sua sepolcrale voce da basso tutto il teatro per riflettersi sul fondale a specchio del palcoscenico, minacciando l´indomabile Don Giovanni: "Di rider finirai pria dell´aurora!". Invece no, nè pria né dopo, perché il Don Giovanni scaligero di Carsen non è, come l´hanno interpretato nei secoli scrittori, musicisti, filosofi e una folla eccessiva di psicanalisti, un dissoluto, un infame, uno sporcaccione, uno stupratore, un traditore, un assassino, forse anche un gay, ma "un libero pensatore, un esistenzialista, un anarchico, un eroe": così affascinante che le giovani e belle signore mozartiane, che lo amano e lo odiano, sono, se mai lui volesse, già pronte alla bisogna, in sottoveste di pizzo nero (l´appiccicosa Donna Elvira, che è il soprano italiano Barbara Frittoli) o in camicia da notte di raso bianco (l´ipocrita Donna Anna, la russo-austriaca Anna Netrebko, soprano) o in abito da sposa (l´arrampicatrice Zerlina, Anna Prohaska, pure lei soprano). Trattandosi alla fine di vere scocciatrici, che senza Don Giovanni pensano al convento, rimandano un noioso matrimonio, si accontentano di quel che c´è, è chiaro che il regista ha voluto dare una interpretazione massimamente maschilista del mito dongiovannesco, attualizzandolo con la vanità e l´esibizionismo, visto il modo in cui lui mostra compiaciuto il suo pallido torace sotto vestaglie di seta o si porta appresso un intero guardaroba come fosse l´American Gigolò di Richard Gere.