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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

IL DUELLO PER L’EGEMONIA DEL FUTURO

Un anno fa il saggista americano Robert Kaplan pubblicò un affascinante volume, «Monsoon», storia dell’Oceano Indiano da sempre mare di pace e commerci, come di guerra e battaglie. La Cina e la sua ambizione di varare una flotta d’alto mare, sono al centro di «Monsoon» e qualcuno storse il naso, ripensando ai falchi «neoconservatori» di George W. Bush. Ieri però, il presidente cinese Hu Jintao, giunto quasi alla fine del suo mandato, ammonisce la Marina cinese di «prepararsi alla guerra», o a «combattimenti militari», o «lotta militare», secondo altre traduzioni. E di nuovo gli analisti si interrogano: la rivalità Pechino-Washington resterà geopolitica ed economica, il debito americano, la produzione cinese, le rotte dei commerci, la supremazia Usa nell’innovazione tecnologica e lo sforzo immane dei cinesi di primeggiare ora anche nell’high tech? O precipiterà nello scontro militare?
Il lettore non pensi a manovre da generale Stranamore, lo stato maggiore del Pentagono avvilito per i tagli che la crisi economica impone al budget bellico (da solo più ricco di tutti gli altri insieme), i generali dell’Armata del Popolo decisi a riportare il prestigio di Pechino dall’industria e le banche alle armi. Il documento strategico nucleare del presidente Premio Nobel per la pace, Barack Obama, la «Nuclear Posture Review 2010», sancisce che «gli Stati del Pacifico, vicini di Usa e Cina, sono preoccupati dall’attuale modernizzazione militare cinese, incluso il riarmo, in quantità e qualità, dell’arsenale nucleare».

Per ora il ring immenso del Pacifico separa i due rivali, e le rispettive, sterminate, masse continentali rendono l’idea di un conflitto tradizionale poco probabile. La capacità nucleare cinese è stimata ancora tra un decimo e un centesimo di quella americana, arduo un match alla pari. Portaerei e bombardieri nucleari strategici mancano ai successori di Hu Jintao per immaginare una campagna adeguata: ma certo al presidente cinese non sarà sfuggito che le sue parole sono risuonate giusto nel giorno del settantesimo anniversario di Pearl Harbor, «il giorno che vivrà nell’infamia», come il presidente Roosevelt definì l’attacco del Giappone alla base militare Usa nelle Hawaii che trascinò, a malincuore, l’America nella Seconda guerra mondiale.

I siti di destra americani possono suonare qualche tono militaresco, quelli di sinistra unire alla denuncia degli abusi cinesi contro i diritti civili la minaccia della flotta. La realtà resta più minacciosa e complessa. Ogni rotta degli oceani Indiano e Pacifico, da Taiwan che per tutta la Guerra fredda ha opposto Cina e Stati Uniti, alle Filippine, a Myanmar (Birmania), all’Indonesia, al Giappone, all’Australia, al Corno d’Africa e Golfo Persico, è uno slalom per l’egemonia tra le potenze del XXI secolo. I 2500 marines che Obama ha comandato in Australia non sono solo astuta mossa da «duro» nella campagna presidenziale 2012, sono un primo avanzare le bandierine nello scacchiere. Così come la visita della segretario di Stato Clinton alla Nobel dissidente birmana Aung San Suu Kyi è certo buona notizia per la causa dei diritti umani, ma al tempo stesso alza il prezzo della giunta militare nell’asta tra Pechino e Washington. L’Indonesia, Sri Lanka, il Vietnam giocano ruoli nuovi. Davanti alle frequenti manovre militari tra Vietnam ed esercito americano, un vecchio generale di Hanoi ha mormorato: «Di che cosa vi meravigliate? Dell’America siamo stati nemici per 50 anni. Della Cina siamo nemici da 2000».

Le regole del passato non funzionano più, economia e attrito bellico coesisteranno. L’Australia commercia con la Cina, eppure ne teme l’influenza. La Cina detesta la presenza militare americana in Giappone, eppure è lieta che sia il budget di Washington a impedire il riarmo dell’antico nemico perché, storicamente, diffida della bandiera con il Sol Levante più che della Old Glory a stelle e strisce. E se capricciosi monsoni di pace e guerra, commerci e duelli navali tra vietnamiti e cinesi, soffiano sull’oceano, anche lungo la remota Via della Seta, il confronto militare Usa-Cina evoca fantasmi millenari. La strategia di Obama e della Clinton sogna Afghanistan, Pakistan, Iran e Iraq pacificati e dediti a traffici legali. Thomas Nides, del Council on Foreign Relations, calcola in 900 miliardi di euro le sole risorse minerarie dell’Afghanistan, se la guerra civile cessasse e cominciasse un’era di pace. E la Cina, da sempre alleata silenziosa del Pakistan, deve decidere ora se avviare una relazione di sviluppo pacifico, o puntare su un vicino con la bomba atomica, ma povero. Al centro il dilemma persiano dell’Iran, con la corsa al nucleare di guerra. Duemila anni fa, osserva lo studioso Walter Scheidel dell’università di Stanford, «metà del genere umano viveva sotto l’impero di Roma o sotto l’impero cinese degli Han». Eppure, a differenza di quanto immagina «The Lost Legion», un recente film di Hollywood, romani e cinesi girarono sempre alla larga, prosperando lontani per secoli. L’era globale non concede tanto spazio e Washington e Pechino devono convivere tra corsa economica e militare. L’America ha dalla sua innovazione tecnologica e crescita demografica, nel 2050 sarà più giovane della Cina. La Cina ha dalla sua una massa di popolazione unita nella crescita, un sistema politico centralizzato ma contro il declino demografico, deve arricchirsi prima di invecchiare. E’ la sfida del nostro tempo e quella del tempo dei nostri figli.

E l’Europa? In ottobre l’istituto Carnegie Europe mi ha chiesto quale sarà il problema europeo del futuro: la mancanza di un esercito comune, come sognato da Winston Churchill, ho scritto http://carnegieeurope.eu/publications/?fa=45766 E mentre Cina e Stati Uniti corrono alle armi, magari sperando ancora di non usarle, è facile capire perché.