FRANCESCO MANACORDA, La Stampa 8/12/2011, 8 dicembre 2011
La parabola della finanza berlusconiana - Dunque, ricapitolando: Salvatore Ligresti rischia di dover dare l’addio alla sua amata FonSai, Don Luigi Verzè si dibatte tra azzardati paragoni che si rifanno al «Christus patiens» e poco pietose mosse della magistratura, Cesare Geronzi si ritrova con una condanna a cinque anni per il caso Ciappazzi-Parmalat
La parabola della finanza berlusconiana - Dunque, ricapitolando: Salvatore Ligresti rischia di dover dare l’addio alla sua amata FonSai, Don Luigi Verzè si dibatte tra azzardati paragoni che si rifanno al «Christus patiens» e poco pietose mosse della magistratura, Cesare Geronzi si ritrova con una condanna a cinque anni per il caso Ciappazzi-Parmalat... Segni, e forse sogni, infranti di un berlusconismo che di questi tempi par declinare più rapidamente nei salotti del potere economico che non nelle stanze della politica propriamente detta. A tre settimane sole dall’uscita del Cavaliere da Palazzo Chigi la sua rete finanziaria si sta infatti sgretolando rapidamente. Per via giudiziaria, in buona parte. Ma forse - vien da pensare - anche perchè le banche non hanno più un occhio di riguardo per chi gli è vicino. Il caso emblematico è quello del San Raffaele e del prete-manager che lo ha guidato negli ultimi decenni. Sponsor di e sponsorizzato da Berlusconi, oggi su Don Verzè si appuntano non solo le attenzioni della magistratura, ma anche le intenzioni di quei volenterosi - dallo Ior a Giuseppe Rotelli - che vogliono tappare il buco da 900 milioni e prendere, ovviamente, possesso del San Raffaele. Colpisce anche il caso di Ligresti, che solo due anni fa fungeva da pontiere per personaggi distantissimi come l’allora ad di Unicredit Alessandro Profumo e il premier, proprio in virtù del suo stretto rapporto con Berlusconi. Adesso, con l’Ingegnere di Paternò costretto a uscire dal cda di Unicredit in occasione dell’ultimo soccorso datogli dalla banca, il declino della sua FonSai pare accelerare e il sistema creditizio è forse meno disposto di prima ad usargli riguardi. Quanto a Geronzi, la condanna appena ricevuta per bancarotta fraudolenta e usura aggravata non è che il suggello di una parabola già conclusa bruscamente nell’aprile scorso, quando gli azionisti di Generali - Mediobanca in testa - lo defenestrarono all’improvviso. Allora Berlusconi non intervenne in alcun modo, così come non ci furono nei mesi successivi quegli interventi su Mediobanca dove Fininvest è socio e membro del patto di sindacato - che alcuni predicevano. Distacco dell’allora premier o mancanza di leve da manovrare? Del resto anche quell’armata francese che negli anni passati sembrava un formidabile strumento di assalto alla cittadella di Mediobanca da parte di Berlusconi appare oggi in prudente ritirata. Tarak Ben Ammar, amico e socio di lunga data del Cavaliere e che da consigliere di Mediobanca e Telecom Italia ha giocato un ruolo attivo in molte vicende di casa nostra, pare aver perso smalto. In Francia la notizia dell’amministrazione controllata per le sue società Ltc, Scanlab e Quinta Industries ha suscitato clamore. Lui ha replicato che «far credere che i miei affari vadano male è una menzogna. Il mio gruppo è solido». In parallelo Vincent Bolloré, che in Mediobanca i soldi ce li ha messi, si ritrova con una minusvalenza di un centinaio di milioni in piazzetta Cuccia, un quadro di alleanze tra i grandi soci che lo stringe nell’angolo e un progetto sempre accarezzato - la conquista delle Generali - che ormai è miraggio assoluto. Vicende di singoli, è vero. Ma vicende che inevitabilmente segnano anche la fine di una politica di espansione nei territori della finanza sotto il segno di Berlusconi.