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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

Quei criminali che non si rassegnano a stare dietro le sbarre - Tutti quelli che scappano dal carcere vorrebbero fare come Frank Morris, perché lui è l’unico che ce l’ha fatta davvero fino in fondo

Quei criminali che non si rassegnano a stare dietro le sbarre - Tutti quelli che scappano dal carcere vorrebbero fare come Frank Morris, perché lui è l’unico che ce l’ha fatta davvero fino in fondo. Ma Frank, 85 anni, da Washington D.C., negli States, è un genio: lo dicevano i poliziotti che lo arrestavano e anche tutti i test dell’intelligenza. Evase da dove non c’era mai riuscito nessuno, dalla prigione di Alcatraz, la notte dell’11 giugno 1962. Lui e i fratelli John e Clarence Anglin fecero dei buchi nel muro e si infilarono dentro ai condotti di ventilazione per entrare in un corridoio. Salirono sul tetto e scesero verso la riva. Erano riusciti chissà come a costruire e nascondere una zattera: ci montarono sopra e dalla baia di San Francisco andarono verso Nord, in Canada, a Emerald Isle. La mattina dopo gli agenti trovarono nelle brande dei manichini con delle teste finte ricostruite perfettamente con i loro veri cappelli, e dettero l’allarme. L’Fbi condusse una delle più grandi caccie all’uomo della storia. Non c’erano più tracce, solo i resti di una zattera e dei salvagenti sulla spiaggia di Angel Island. Dissero che erano morti. Frank è stato scovato da qualche giornalista nel 2010, a Connemara, in Irlanda, sotto falso nome. S’è rifatto una vita, ma se ha voglia ti racconta ancora tutto di quella notte. A quasi tutti gli altri non è andata così. È che ci sono uomini per cui la vita è un tunnel: ci sono sempre sotto, dovunque siano. Felice Maniero, il boss del Brenta, lo scavò un tunnel per fuggire da Fossombrone nel 1987. Sbucò vicino al fiume Metauro, scappò, si nascose, fu ripreso nell’agosto dell’88. Riscappò. Fu riacciuffato. Continuò a fuggire, ma tutte le volte seminava tracce così evidenti, che lo ritrovavano sempre: una volta persino nella piazzetta di Capri, in pieno agosto, mentre andava verso il suo yacht da 2 miliardi, salutando le donne sulla via. Anche Renato Vallanzasca ci ha provato in tutti i modi. Il suo curriculum conta 4 evasioni. Nel 1976 contrasse l’epatite apposta per fuggire, ingerendo uova marce e inalando gas propano: aveva capito che in ospedale la sorveglianza era meno rigida. Fu arrestato il 15 aprile 1977. Nell’80, fuggì da San Vittore, sparando per le strade di Milano e prendendo come ostaggio il brigadiere Romano Saccoccio. Ripreso. E di nuovo evaso, da un traghetto, che doveva condurlo in un carcere in Sardegna. Lo riacciuffarono subito anche perché fece il gradasso e tentò di raggiungere una donna. Uomini sotto un tunnel. Ce ne sono altri, come il boss della ‘ndrangheta Antonio Pelle, che evadono senza far tanto rumore, alzandosi dal letto e uscendo fuori. Sono tutti ricchissimi uomini di mafia. In genere, hanno parecchi appigli, e una vasta rete di protezione. Ma fuori, vivono nascosti dentro a delle tane, come in una cella del carcere. Durante gli anni bui del terrorismo, invece, c’erano le grandi evasioni organizzate come dei blitz militari. Renato Curcio fu fatto evadere così, e pure Susanna Ronconi. Anche loro, però, non riuscirono a star fuori tanto. Persino Alfred Hinds, uno che si inventava sempre fughe incredibili e che per questo fu chiamato Houdini, venne sempre ripreso. E John Dillinger scappato fischiettando canzonette da Crown Point, fu beccato 4 mesi dopo a Chicago, all’uscita di un cinema. Gli spararono alla schiena, davanti a Polly Hamilton e Ana Campanas, una ballerina che l’aveva appena venduto. A guardar bene, prima di Frank Morris ce l’aveva fatta solo Giacomo Casanova, scappato dai Piombi, grazie al compagno di cella che aveva scavato un buco nel muro. È dopo la fuga che vedi la testa di un uomo. Se sta sotto a un tunnel, o se riesce a star sopra.