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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

Lotta senza esclusione di colpi lungo le rotte del petrolio - Per quanto riguarda la politica verso la Cina, l’Amministrazione Obama rischia di passare dalla padella nella brace

Lotta senza esclusione di colpi lungo le rotte del petrolio - Per quanto riguarda la politica verso la Cina, l’Amministrazione Obama rischia di passare dalla padella nella brace. Nel tentativo di voltare pagina dopo le guerre disastrose nel Grande Medio Oriente, l’America potrebbe lanciare una nuova Guerra Fredda in Asia, guardando ancora una volta al petrolio come chiave della supremazia mondiale. Secondo quanto detto dal Presidente Usa nel suo viaggio in Australia, d’ora in avanti gli Stati Uniti concentreranno la loro potenza in Asia e nel Pacifico. L’Amministrazione ha deciso una serie di mosse per rafforzare la potenza americana in Asia, e a mettere la Cina sulla difensiva. Come la decisione di schierare 250 marines, che potranno diventare 2500, nella base aerea di Darwin in Australia, o la «Dichiarazione di Manila» sui nuovi legami militari con le Filippine. Nel contempo la Casa Bianca ha annunciato la vendita di 24 cacciabombardieri F-16 a Taiwan e Hillary Clinton ha visitato la Birmania, stretto alleato di Pechino, prima visita di un segretario di Stato dopo 56 anni. Queste mosse hanno lo scopo di massimizzare i vantaggi per l’America nel quadro diplomatico e militare attuale, mentre la Cina domina quello economico. In un articolo su «Foreign Policy», la Clinton ha argomentato che un’America indebolita economicamente non può dominare in più regioni del mondo contemporaneamente. Deve scegliere con cura i campi di battaglia e dispiegare le sue forze limitate in modo da ottenere il massimo vantaggio. «Nel prossimo decennio - scrive la Clinton - dovremo essere accurati e sistematici sul dove investire tempo ed energie... uno dei compiti più importanti... sarà nella regione dell’Asia-Pacifico». Il rafforzamento militare statunitense e la probabile, potente, controffensiva cinese sono già stati oggetto di discussione sulla stampa dei due Paesi. Una dimensione cruciale di questo scontro imminente, però, non ha ricevuto alcuna attenzione: l’ i m p o r t a n z a cheha avuto nelle decisioni di W a s h i n g t o n una nuova analisi dell’equazione energetica globale, che ha rivelato crescenti punti vulnerabili sul lato cinese. Per decenni gli Stati Uniti sono stati pesantemente dipendenti dal petrolio importato, mentre la Cina era largamente autosufficiente. Nel 2001 gli Stati Uniti consumavano 19,6 milioni di barili al giorno e ne producevano 9. La dipendenza dai produttori stranieri per 10,6 milioni di barili al giorno era una della maggiori preoccupazioni strategiche di Washington. La risposta è stata il rafforzamento, la militarizzazione, dei legami con il Medio Oriente. Nel 2001, invece, la Cina consumava soltanto 5 milioni di barili al giorno e, con una produzione domestica di 3,3 milioni, ne importava 1,7. Ora le tabelle sono molto cambiate. La Cina in pieno boom sta girando al ritmo di 7,8 milioni di barili al giorno e arriverà a 13,6 nel 2020 e a 16,9 nel 2035, secondo le proiezioni del Dipartimento dell’energia Usa. La produzione nazionale invece crescerà dai 4 milioni attuali a 5,3 nel 2035, anno nel quale Pechino importerà 11,6 milioni di barili al giorno, più degli Stati Uniti. Nel frattempo l’America può guardare una situazione energetica in via di miglioramento. Grazie alla maggior produzione di «petrolio difficile» nel Mar Artico, nelle acque profonde del Golfo del Messico, nelle rocce scistose in Montana, North Dakota e Texas, le importazioni sono previste in diminuzione. E più petrolio sarà disponibile in tutto l’Occidente: la produzione di Usa, Canada e Brasile crescerà di 10,6 milioni di barili al giorno fra il 2009 e il 2035. Significa che Washington potrà contemplare un graduale allentamento dei suoi legami militari e politici con gli Stati petroliferi del Medio Oriente che hanno dominato la sua politica estera per così tanto tempo. Per la Cina, tutto ciò comporta uno sbilanciamento strategico. Sebbene parte del greggio importato in Cina viaggerà su vie terrestri, da Kazakhstan e dalla Russia, la gran parte arriverà ancora con le petroliere da Medio Oriente, Africa e America Latina, lungo rotte pattugliate dalla Marina Usa. Non c’è dubbio che la leadership cinese, in risposta, farà passi per proteggere la sicurezza delle linee vitali di approvvigionamento. Molti di questi passi saranno economici e diplomatici, come, per esempio corteggiare potenze regionali, a partire da Vietnam e Indonesia. Ma molti passi saranno di natura militare. Un significativo rafforzamento della Marina cinese è inevitabile. Washington potrebbe ora accendere in Asia la miccia di una corsa agli armamenti in stile Guerra Fredda, che nessuno dei due contendenti può, sul lungo periodo, permettersi. E un maggior affidamento sul petrolio ricavato dalle sabbie bituminose canadesi, la più inquinante di tutte le fonti energetiche, comporterà maggiori emissioni di gas serra e altri rischi ambientali, come pure l’estrazione di petrolio in acque profonde. Tutto ciò significa che dal punto di vista ambientale, militare ed economico, ci troveremo tutti in un mondo più, e non meno, pericoloso.