ALBERTO MATTIOLI, La Stampa 8/12/2011, 8 dicembre 2011
“Don Giovanni” il trionfo della sobrietà - Voglia di serietà, voglia di professionalità. Per una misteriosa proprietà transitiva dello spettacolo, la prima della Scala è uno dei due show che meglio raccontano e talvolta anticipano le svolte della Nazione (l’altro è, ovviamente in chiave nazional-popolar-baraccona, Sanremo)
“Don Giovanni” il trionfo della sobrietà - Voglia di serietà, voglia di professionalità. Per una misteriosa proprietà transitiva dello spettacolo, la prima della Scala è uno dei due show che meglio raccontano e talvolta anticipano le svolte della Nazione (l’altro è, ovviamente in chiave nazional-popolar-baraccona, Sanremo). Dunque, quello di ieri sera alla Scala è stato davvero «il Don Giovanni del governo tecnico». A partire dal ritorno, anche in locandina, alle professionalità collaudate: Daniel Barenboim finalmente direttore musicale e non nel limbo del «maestro scaligero» come un ministro senza portafoglio; un cast «all stars» perché la prima della Scala deve davvero radunare quanto di meglio c’è su piazza, o almeno provarci; e, dopo due inaugurazioni con registi che si mettevano all’opera per la prima volta, il più celebrato maestro di teatro musicale del mondo, cioè Robert Carsen. Risultato: applausometro alto in corso d’opera e alla fine undici minuti di ovazioni e pioggia di fiori. Contestazioni? Un tizio ha gridato «Troppo lento!» a Barenboim all’inizio del secondo atto ed è stato prontamente mandato affanbeep! dal resto del teatro. Poi qualche buu! di prammatica a Barenbùam e a Carsen al sipario finale, ma poca roba, insomma quisquilie. I due sono usciti insieme alla ribalta, giusto per dissipare le voci, molto insistenti, che li danno in rotta di collisione, con tanto di crisi di pianto di Bob il sensibile. La morale della serata è però un’altra. E’ che nei momenti di crisi, dove non si sa bene dove si sta andando ma solo da dove, purtroppo, si sta venendo, ci si aggrappa alle Istituzioni, che almeno sono lì da tempo e risultano, se non risolutive, rassicuranti. Come la Scala, questo teatrone che talvolta delude, talaltra esalta, ma resta, nonostante tutto, «il» teatrone. Capace di cavar fuori dal suo cilindro un Don Giovanni bello, che è il meno, e soprattutto un Don Giovanni nuovo, che è tutto. Confermano questa voglia di autorevolezza gli applausi, per nulla rituali, a Giorgio Napolitano: all’ingresso in teatro, all’ingresso in sala, con il pubblico in piedi, dopo l’Inno con perfino un paio di «Viva il Presidente!». Un colpo di genio ulteriore, nel suo geniale spettacolo, è risultata poi l’idea di Carsen di piazzare il Commendatore a minacciare don Giovanni dal palco reale, quindi accanto a Napolitano e a Mario Monti seduti accanto e leggermente allibiti. Vedere il basso Kwangchul Youn tuonare «Di rider finirai pria dell’aurora» accanto al professor Monti acquistava, dopo quel popo’ di manovra, tutto un altro sapore. Sembrava che il comm. Youn si rivolgesse, più che al don peccatore, agli italiani tutti. Ma è tutto spettacolo che sembra glorificare, oltre al mito del seduttore (che qui spoglia la cameriera di donna Elvira fino al nudo integrale), anche quello della Scala. Alla vigilia, si poteva perfino temere una milanesata delle peggiori, l’esaltazione del Primo Teatro del Mondo, del Tempio della Lirica e via luogocomuneggiando come in un servizio del tiggì, perché poi, si sa, Milano è sempre un gran Milàn. E invece la raffinatissima regia di Carsen, con tutte le sue citazioni (dalla sua Armide , da Eyes wide shut ), moltiplicando per mille la Scala, riflettendola in infiniti specchi, ben più che il solito «teatro nel teatro» biasimato dalle care salme del foyer finiva per essere anche un affettuoso omaggio alla nostra voglia di farci sedurre e sorprendere una volta di più da quella cosa indefinibile e magica che è l’opera. E’ un atto d’amore per il teatro, questo teatro e il teatro in generale. Ma il messaggio è anche, in questi tempi cupi, di aver fede nella fantasia e nell’arte, nella nostra voglia di stupirci e di emozionarci e di commuoverci, insomma in noi stessi. Perfino Mameli, staccato molto marziale da Barenboim nonostante l’organico quasi da camera della sua orchestra, ieri, nella sala ruscellante di fiori e di luci, suonava stranamente baldanzoso, modello «ce la possiamo fare». E veniva da pensare che la civiltà che ha creato tutto questo, che è poi la civiltà italiana, davvero non possa morire di spread.