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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

Gli Scapigliati e il Natale

Com’era santo il «contro-Natale» degli Scapigliati - C’erano una volta al­manacchi, annua­ri, strenne. E, nel­l’ 800, sotto l’albero o vicino al presepe, gran parte del­le famiglie borghesi e proletarie si emozionava leggendo le storie na­talizie confezionate da autori più o meno importanti. La ricetta di suc­cesso prevedeva quasi sempre vi­cende edificanti con bambini ab­bandonati e gesti di generosità fi­lantropica per far versare lacrime copiose prima che l’opulento Ce­none restituisse gioia, serenità e ot­timismo familiare. Questa moda editoriale fu tanto diffusa che si parlò di «letteratura natalizia» o «di fine anno». Nel genere d’occa­sione si cimentarono in molti, desi­derosi di inseguire il successo del Canto di Natale di Dickens. Lo fe­cero, ma con tutt’altro spirito, an­che gli Scapigliati. Sui banchi di scuola li abbiamo conosciuti come ribelli, anticon­formisti e provocatori, eccentrici sulla pagina come nella vita, anti­clericali fino al midollo. Furono la versione italiana dei poeti male­detti francesi, atei, blasfemi, votati a un destino dissoluto e autolesio­nistico: droga, assenzio, una giova­ne esistenza destinata al nosoco­mio e al cimitero. Scontenti della gestione moderata dell’Italia po­stunitaria, urlavano contro il tradi­mento degli ideali coltivati duran­te i gloriosi anni risorgimentali e scandalizzavano i benpensanti, lanciando strali contro i ceti diri­genti, accusati di essere insensibi­li alla questione sociale e alla con­dizione degli umili. La curiosa an­tologia allestita da Giuseppe Ian­naccone, Natale scapigliato ( Inter­linea, pagg. 174, euro 12) riunisce alcuni dei nomi più importanti del­la bohème tricolore, ripescando autori minori, alcuni poco noti an­che agli addetti ai lavori. Non manca la nostalgia per l’at­mosfera idilliaca e innocente del­l’infanzia, in poeti come Emilio Praga e Remigio Zena o in scrittori come Carlo Dossi. Tuttavia preva­le la polemica contro la perdita di spiritualità del Natale, vissuto più come un frivolo rito salottiero che come un autentico evento spiritua­le. Assistiamo così allo sdegno del milanese Ferdinando Fontana per banchetti e orge luculliane, che trasformano l’attesa per la na­scita del Bambinello in un’ «ebete/ sfida a chi più divora»; oppure alle imprecazioni del genovese Carlo Malinverni contro il «panciuto e buon borghese», che gozzoviglia mentre rimane senza cibo la me­sta folla dei «poveri fanciulli» dise­redati. Dinanzi a tanta iniquità, il romagnolo Olindo Guerrini si chiede «se Gesù nacque per tutti»: non è vero che il giorno di Natale sia felice, anzi «triste è l’ora/ per l’anime inquiete», vilipese e igno­rate da una Chiesa corrotta, popo­lata anche dopo Porta Pia da preti avidi di potere, traditori del mes­saggio di pace evangelico: «Fuggi, fuggi da noi, bambino biondo:/ Torna piangendo dal presepe al cielo./ Il Sillabo di Pio cacciò dal mondo/ Il tuo Vangelo». La decorazione natalizia e la re­t­orica sentimentale che accompa­gnano l’attesa della Vigilia, in que­sti testi vengono rovesciate. Gli au­tori sono accomunati dalla dissa­crazione: Camillo Boito, fratello del più celebre Arrigo, parla di «or­gia santa della famiglia », e non po­trebbe esserci sintesi migliore del Natale degli scapigliati di allora, come dei contestatori del confor­mismo odierno: livorose condan­nedell’edonismoimperante, ana­temi contro il materialismo di un demi-monde futile e ipocrita e un repertorio evocativo di malinco­nie struggenti. Ce n’è abbastanza per arrivare a una conclusione pa­r­adossale: chi oggi volesse riaccen­dere la dimen­sione pura e trascen­dente del Natale dovrebbe leggere i testi composti dai cantori della miscredenza e dell’irreligiosità più famosi della letteratura italia­na.