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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

Rate, amore e fantasia l’arte (di arrivare primi) dei collezionisti italiani - Pur privo di quei nomi al­tisonanti e mediatici, come Pinault, Saatchi e Joannou, il collezioni­smo d’arte in Italia si è sempre di­mostrato intrigante e capillarmen­te diffuso su tutto il territorio, so­prattutto in quella provincia ricca che (almeno prima della grande crisi) era la spina dorsale della no­stra economia

Rate, amore e fantasia l’arte (di arrivare primi) dei collezionisti italiani - Pur privo di quei nomi al­tisonanti e mediatici, come Pinault, Saatchi e Joannou, il collezioni­smo d’arte in Italia si è sempre di­mostrato intrigante e capillarmen­te diffuso su tutto il territorio, so­prattutto in quella provincia ricca che (almeno prima della grande crisi) era la spina dorsale della no­stra economia. Penalizzata da un sistema che ne impedisce la defi­scalizzazione (e speriamo che a nessuno venga in mente di equipa­rarla ai beni di lusso) l’arte rappre­senta davvero una risorsa per chi compra con intelligenza, curiosi­tà e passione. Non ci riferiamo tan­to alle fondazioni, create soprat­tu­tto per brama di apparire e acce­dere ai fondi pubblici, ma a una re­te di persone molte attive cui pia­ce andar per mostre ad acquistare la cosa giusta al momento giusto. Prima regola: un’opera non si deve strapagare, per questo nessu­no oggi cercherebbe l’inavvicina­bi­le Cattelan o investirebbe su Bo­etti, che fino a dieci anni fa costava poco e ora uno sproposito. C’è una storia paradigmatica tra i col­lezionisti italiani, quella di Igino Materazzi, ferroviere di Arezzo, che negli anni novanta approfit­tando delle pause lavorative, bat­teva le gallerie più interessanti proponendo l’acquisto a rate, vi­sto che il suo stipendio non gli per­metteva grandi esborsi. Dotato di un intuito fuori dal co­mune, Materazzi ha anticipato le mode e ora che è in pensione van­ta una­collezione di livello non tra­scurabile, soprattutto di (ex) gio­vani italiani. Di episodi del genere è pieno il nostro collezionismo col­­to e fuori dai riflettori: si può citare il genovese Enrico La Monica, diri­gente della Carige di Genova, ap­passionato e attento, anche lui compra in anticipo non spenden­do più di 30-50 mila euro l’anno e raramente sbaglia il colpo. La maggior parte dei collezioni­sti e degli appassionati d’arte che se lo possono permettere acqui­sta arte non per investimento o perché fa moda ma per passione autentica. Capita così di trovare in case normali opere di valore ecce­zionale, non per quanto costano ma per ciò che vogliono dire. Il più grande dei galleristi italiani di tut­ti i tempi, Gian Enzo Sperone, non fa nessuna differenza tra una natu­ra morta del ’ 600 e un dipinto di Ju­lian Schnabel, tra una ceramica di Bertozzi&Casoni e una scultura concettuale di Bruce Nauman. Il padre dei collezionisti italiani,l’in­gegner Angelo Baldassarre, ha co­minciato a comprare (proprio da Sperone e da Lucio Amelio a Napo­li) quando investire in arte era con­siderata una stranezza, cercando opere sempre giuste e particolari spendendo l’equivalente di 10mi­la euro di oggi (e tra queste Andy Warhol e Gilbert&George). Nella sua casa di Bari gode dei propri gio­iel­li che presta volentieri per le mo­stre vivendoci insieme senza an­gosciarsi con l’ossessione di pro­teggerli. Roma è la capitale della passio­ne collezionistica che si trasmette di generazione in generazione. Annibale Berlingieri comprò nel 1967 il più importante Warhol in mano a un privato, raffigurante El­vis Presley, per 7 milioni e mezzo di lire, rivendendolo pochi anni fa ad un museo americano per 85 mi­lioni di dollari. La figlia Lidia con il marito Piervittorio Leopardi ha ereditato la passione del padre, spingendosi sulla giovane scena internazionale e sulla fotografia (Sugimoto, Sherman, Morimu­ra). Ancor più radicata la tradizio­ne della famiglia Attolico, oggi rap­presentata dalla sempre curiosa Bianca che cerca il trend giusto pa­gandolo il giusto; suo padre, sena­tore del fascio, ambasciatore in Germania e Argentina, raccolse di­pinti della prima Scuola Romana fino alla Pop di Schifano, Angeli, Festa e Pascali. Lei ha aggiornato la collezione dedicandosi ancora all’Italia (San Lorenzo, Arte Pove­ra, Transavanguardia fino a Vez­zoli) con qualche puntata oltre confine. Da Nord a Sud, la patria del col­lezionismo è davvero unita. A Tori­no, che negli ultimi anni si è auto­proclamata città del contempora­neo, uno dei più intelligenti è Re­nato Alpegiani, di professione dentista che venticinque anni fa militò per un momento nello stra­no gruppo dell’Arte Debole, stre­nuo talent scout di pittori america­ni e sponsor di giovani talenti no­strani, come Nico Vascellari e Lu­ca Trevisani. Tullio Leggeri è un costruttore di Bergamo seguito dal critico e direttore della Gamec Giacinto Di Pietrantonio che lo ha indirizzato, nei tempi giusti, ad ac­quistare Vanessa Beecroft e Mau­rizio Cattelan (penso gli debba un cena a vita). Altro imprenditore è Giancarlo Danieli di Montecchio, molto simpatico, noto per condur­re le trattative in dialetto vicenti­no, grande collezionista del galle­rista Emilio Mazzoli, amante so­prattutto della pittura di grandi di­mensioni ( possiede opere musea­li di Schifano, de Domincis, Ro­bert Longo e David Salle). In Emi­lia, altri ottimi clienti del mercan­te modenese mentore della Tran­savanguardia, vivono Ettore e Ma­risa Magnanini, attratti anche dal­la fotografia internazionale di Nan Goldin e Shirin Neshat. Napo­li, infine, è la culla di un certo colle­zionismo d’elite molto raffinato, cresciuto grazie al lavoro di stori­che gallerie quali Lucio Amelio ( di cui Alfonso Artiaco ha rilevato la sede) e Lia Rumma. Ernesto Espo­sito, designer per diverse case di moda tra cui Sergio Rossi, Fendi, Marc Jacobs e Louis Vuitton, è il «principe» delle tendenze più snob e sofisticate. Nel suo patri­monio non manca, ad esempio, Damien Hirst, lo stesso che altro­ve è stato pagato 150 milioni di dol­lari.