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 2011  dicembre 08 Giovedì calendario

Boss in manette, cittadini in lutto - Michele Zagaria, detto «capa storta» (testa stor­ta) è stato arrestato ieri nel suo bunker a Casapesen­na

Boss in manette, cittadini in lutto - Michele Zagaria, detto «capa storta» (testa stor­ta) è stato arrestato ieri nel suo bunker a Casapesen­na. L’uomo era ricercato da sedici anni: con tre er­gastoli sul groppone era stato inserito fra i trenta la­titanti più pericolosi d’Italia. La cella in cui è stato rinchiuso non ha nulla da spartire col suo rifugio se­­greto: niente spreco di cemento armato e niente su­pertecnologia che consentiva al latitante, con una complessa rete di telecamere, di seguire tutto quel­lo che accadeva sopra e intorno. C’era anche un si­stema di binari che consentiva al latitante di lusso di passare in una stanza della villetta soprastante, appartenente naturalmente a un altro camorrista fidato. Zagaria si era guadagnato questi lussi essendo fra i vertici del clan dei Casalesi. In partico­lare si occupava delle attività im­prenditoriali in tutta Italia ed era noto come il «re del cemen­to », perché non c’era appalto pubblico nel quale non si insi­nuasse come fornitore della ma­teria prima. Il suo arresto è stato salutato dai rappresentanti delle istitu­zioni come un colpo di cannone che finalmente ha rotto il silen­zio mortifero in cui la camorra prosperava. Le istituzioni, dicevamo. Per la gente comune di Casapesen­na non è stato così. Qualche cit­tadino ha espresso con cautela e lontano da orecchie indiscre­te la sua soddisfazione, ma tan­ti, troppi, hanno manifestato smarrimento e dolore. «Oggi è una giornata di lutto» ha detto qualcuno, altri sono ap­parsi sconcertati e impauriti co­me se l’ordine del loro territorio fosse stato improvvisamente tur­bato da un evento catastrofico. Non sono mancati gli insulti ai poliziotti e ai giornalisti. Uno del paese ha esclamato: «Per noi Zagaria c’era sempre, c’era se ci servivano soldi, lavo­ro. Ora siamo soli». Una vecchietta, scorgendo Za­garia sull’auto della polizia, gli ha gridato «Michè, a Maronna t’accumpagni»: l’antico grido augurale che si usava per i par­tenti. Troppi orfani della camorra insomma, tutti legati alla conce­zione arcaica delle organizza­zioni mafiose come protettrici del popolo ed erogatrici di be­nessere. Tutte leggende nere, natural­mente, le mafie producono mi­seria e sfruttamento, ma chi ne è vittima spesso non lo com­prende. C’è stato anche chi ha accen­nato al problema della sicurez­za: fino a quando Zagaria si go­de­va la sua comoda latitanza pa­recchi erano convinti che l’ordi­ne regnasse a Casapesenna: adesso che succederà? si chie­dono. Ci si domanda come mai una distorsione simile sia possibile. La risposta è complessa. Comin­ciamo da qualche cifra. Qual­che anno fa in Campania si fece una sorta di censimento e si con­cluse che in tutta la regione era­no circa sedicimila gli affiliati ai vari clan. Se a questi sedicimila sommiamo coniugi, figli in gra­do di maneggiare la pistola, cu­gini, compari e cumparielli, si ottiene una cifra veramente con­siderevole e si comprende che la camorra è anche un blocco so­ci­ale di gente che vive di malaffa­re, magari accontentandosi del­le briciole, perché i bocconi più grossi toccano sempre ai boss. Ma non è tutto. Nel Mezzo­giorno, dove le mafie sono radi­cate, accanto ai clan, alle co­sche, alle ’ndrine c’è sempre un alone grigio di fiancheggiatori occulti (professionisti, impren­ditori, amministratori e buro­crati) che, per paura o denaro, si schierano con l’anti-Stato. An­che questi vivono di rendite pa­rassitarie basate su violenza e corruzione. Non hanno i bunker, eppure non sarà facile stanarli.